Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura del suo coraggio rivelava le piaghe di quel tempo, l'impassibilità dei ricchi, le miserie del povero, la corruttela di tutti. Declamazioni! ma trattasi di suggerire un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni colpa sopra le dottrine epicuree; i migliori politici non sanno che ribramare il tempo antico e la rugginosa aristocrazia; Orazio, da poeta vi canta: — Andiamo ad abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come uno scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca soggiunge: — Uccidetevi»; Tacito non vede raggio di luce nelle tenebre che sì foscamente descrisse; fra tante superstizioni fedelmente riferite, e da lui rispettate come un istituto politico e nazionale, nega fede a cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione l'opera sua più bella; e rifiuta le speranze postume, dicendo che gli Dei «curano la vendetta, non la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»[198]: un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una rigenerazione morale; e al più sarebbesi applaudito ad Euno, a Spartaco che violentemente spezzassero i ferri.

Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione sua personale alla sfrenata potenza di quell'idolo inesorabile che si chiamava lo Stato? Nell'assoluta mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione per sostenere il proprio convincimento? Ognuno provveda a ciò che più gli torna; il resto è nulla. Voi letterati, cercanti l'utile anche nel bello, rendetevi alleati e complici della tirannide. Voi savj, incontrando la disperazione invece della Provvidenza, riponete il sommo della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre. O mondo, ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione che cresce la materiale prosperità. Chi rigenererà l'umana specie? La forza? ma Roma l'avvolgerebbe tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma quella di Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene crescere a fianco un'altra: la scienza? ma essa invanisce in frasi sonore. Il rialzamento morale non potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione screditata, non dai ricchi corrotti, non dalla plebe ignara de' suoi diritti e de' suoi doveri.

Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso, mentre a riformare il mondo si richiede convinzione nella libertà umana, e un governo provvidenziale che conduce il trionfo delle sociali verità quando il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio; al concetto dell'ordine objettivo, ma fatale nella natura e nella società, opporre quello della Provvidenza divina e della libertà personale; al precetto negativo del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza, estenderla su tutte le facoltà del cuore, dell'intelligenza, della volontà.

Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare massime in perfetta contraddizione colle correnti. — Non v'ha che un Dio solo: per libera volontà di lui furono creati la materia, perciò peritura, e l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è comune a tutti i popoli e ai singoli uomini, provvido conservatore del mondo, testimonio e rimuneratore di tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il fondamento della morale e del diritto. Perchè tutti figli di quel Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di romano o barbaro, di circonciso o incirconciso, di patrizio o plebeo, di schiavo o libero, di maschio o femmina[199]: hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un godimento; e i primi devono considerarsi ultimi.

«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati d'un peccato, dal quale provengono l'errore, l'ignoranza, la morte. Ma ad espiare quel peccato, a dare all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza, l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue e la vita. Tutti peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini vengono da uno stesso luogo, tornano al luogo stesso per sentieri diversi. La vera giustizia nasce da tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere ognuno responsale de' proprj atti.

«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale iniquità rese tali, devonsi sollevare immediatamente col farli partecipi ai riti sacri e all'istruzione religiosa, preparandoli così all'emancipamento. La società non abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche cosa di più sublime, di superiore alle leggi civili; e indipendentemente da queste aspira ad un fine più eccelso, ad una destinazione superiore a quella degli Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio, non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede una dignità propria, che lo obbliga a perfezionare se stesso, dar vigore alla propria coscienza, appoggiata sopra una legge suprema.

«La riforma non deve dunque cominciare dallo Stato, ma dall'individuo; perchè questo, allorchè sia buono, è libero sotto qualsiasi reggimento; sa fin dove obbedire; ha la coscienza della propria dignità e responsabilità. Nè la morale si limita ai grandi misfatti che nuociono alla società civile, e pei quali soli il gentilesimo stabilisce le pene dell'inferno, insegnando che Dii magna curant, parva negligunt; ma abbraccia tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni, attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto d'un Dio, che deve poi giudicarlo e punirlo. Voi chiamate la vendetta voluttà degli Dei? ed io vi annunzio che dovete concedere perdono universale, se volete ottenere perdono da Dio.

«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve rispettare in sè e negli altri la divinità; nè vi è stato di mezzo fra la verginità e il matrimonio. In conseguenza i nodi domestici saranno purificati e rassodati, si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà più esposta a' voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza deve portarla a libertà: ornamento suo più bello considererà quel pudore, che ora è vilipeso nelle cortigiane, nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, morrà anche; e i meriti di essa consisteranno non in eroiche, ma in virtù miti e conformi alla natura sua.

«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla carità, virtù che dai filosofi è considerata come una debolezza. E questa carità universale, paziente, benigna, operosa, ordina d'amare il prossimo come noi stessi; cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie i projetti, sepellisce i morti; dà il pane agli affamati, l'istruzione agli ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, il buon esempio a tutti. Da essa affratellati, il povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni stilla d'acqua che darà ad un bisognoso, gli sarà computata per la vita futura. In vista della quale è necessario operare continuamente, cercare la purezza in terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se non un esiglio e un preparamento.

«Quel che importa, non è la città, non la patria, ma l'uomo; e nazione e tribù e famiglia esistono per l'uomo, non egli per esse. Il dovere supremo non concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, nazione, bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il prossimo. Allo Stato non si può sagrificar più nemmanco un uomo, non la moralità personale alla pubblica: verità e giustizia sono bisogni più urgenti che non la civiltà materiale. La giustizia ha radici più salde e antiche, che non i patti e le leggi umane. La verità non deve rimanere privilegio di pochi, ma comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre il ben proprio al generale, l'utile all'onesto, la vita transitoria all'eterna. Voi dal Campidoglio gridate, La salute del popolo è norma suprema; noi all'opposto diciamo, Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia».