Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide; la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da' Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116), espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria come provincia ricevette tributo.

Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono, Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante; fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi due Greci e due Galli maschio e femmina.

Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo, s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh! foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.

L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.

L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia nella città delle meraviglie.

La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere: e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato, nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221].

Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro, e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l'Eneide, s'abbattè in questi versi del VI canto relativi a Numa:

Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,

Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta

Regis romani, primas qui legibus urbem