In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore, assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.

Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu ascritto fra gli Dei.

Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina. Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento, d'obbliganti maniere.

A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».

Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino; largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo, comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non aver dato loro nè promesso nulla.

Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado, e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie, come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri».

Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè lo soprannomarono erba parietaria; soffrì il titolo di signore, e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni contro i Cristiani (106).

Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria all'impero?

Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e ridurre la Dacia in provincia».

Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo, instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino. Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di diecimila belve caddero uccise.