Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il dardo fra le aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano bersaglio; e nella lunga solitudine del suo gabinetto l'imperator del mondo esercitava tale abilità dardeggiando mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se nessuno fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca» rispose.

In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore. E i Romani? adulavano e il chiamavano signore e dio e figlio di Minerva, titoli ch'egli medesimo si attribuiva nelle lettere, e che gli erano prodigati da Marziale, Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di vittime, scannate avanti alle sue statue[216], le quali per decreto non potevano farsi che d'oro o d'argento. Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto i più splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago, ove due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei gladiatori mesceva anche donne; offrì vere battaglie d'interi eserciti nell'anfiteatro, egli che delle campali avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo, sopragiunto un rovescio di pioggia, non permise a veruno d'uscire; onde molti ammalarono, alquanti morirono.

Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener denaro ch'e' non si facesse lecita; alle eredità facilmente sottentrava o accusando il morto d'avere sparlato di lui, o trovando chi asseriva quello averlo chiamato erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto che varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania, Lucio Antonio governatore prese il titolo d'augusto; ma bentosto rotto ed ucciso, de' molti accusati come complici suoi due soli tribuni camparono la vita col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e quindi essere incapaci d'ogni ardito tentativo.

Avendo scoperta e sventata una congiura, stava sempre in timore di nuove, massime che diversi prodigi e indovinamenti gli prenunziavano la sua fine. Si munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue stanze di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi di chiunque gli dava ombra, ne aveva preparata la lista. Un fanciullo, col quale egli trescava, gliela tolse mentre dormiva, e la portò fuori; e l'imperatrice Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare il passo innanzi. Partenio primo cameriere introduce all'imperatore Stefano liberto di Domizia (96), che recando il braccio al collo in atto di ferito, gli porge una carta ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il trafigge. Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato da quei di casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo uccidono l'imperatore.

Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato quindici; e il senato, raccoltosi di presente, gli disse tanti improperj quante dianzi adulazioni, ne rase il nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli archi, annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano le persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. I soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo piansero più che Vespasiano e Tito; e gli uffiziali durarono gran fatica a frenarli.

Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici Cesari.

CAPITOLO XXXVIII. Imperatori stoici.

È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di procurare a Roma una serie di buoni capi.

Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni, onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che, comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani, sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e più gli amici, appena ricusasse una grazia.

Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte, altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».