Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: eppure in donativi, spettacoli e fabbriche gareggiò con qualunque de' suoi predecessori; e quando inaugurò il colossale anfiteatro, presentò, oltre i gladiatori, una battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia generosità mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio guastato il Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, il teatro di Pompeo, a non dire i minori edifizj, dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè tutti i danni; e per mantenere la parola, senza accettar le somme che città e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli arredi del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile non eruttava, lui regnante proruppe (79 — 8 7bre) in modo, che Ercolano e Pompej furono sepolte, Pozzuoli e Cuma diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito a proprie spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La peste gli diè nuovo campo a mostrare la sua benevolenza; e quasi non dissi la carità. Chi crederebbe che, sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto Nerone venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, poi si rifuggì tra i Parti?
Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo intitolava delizia del genere umano, morte glielo tolse (81) dopo due anni e tre mesi di regno, dissero accelerata dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere fra gli Dei mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano, privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in guerra sollecito soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, estinto il padre, tentò guadagnarsi i pretoriani per soppiantare Tito, e Tito gli perdonò. Morto od ucciso questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi a poco insieme.
Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava cogli uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse la corruzione; ricusava l'eredità di chi avesse figliuoli; e dopo spartite ai veterani le terre confiscate, il di più non tenne per sé, come si soleva, ma lo rese ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella doratura del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la magnificenza di quello era un nulla a petto d'una sola galleria o d'una sala del palazzo. Attendeva in persona a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici che accettassero denaro, o i governatori che espilassero; represse la licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai cavalieri di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; escluse le donne dal ricevere legati e dall'andare in lettiga; dichiarò indegno d'esser giudice un cavaliere che ripigliò la moglie dopo ripudiatala per impudica; molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di far eunuchi.
Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda. Avido di gloria militare quanto inetto ad acquistarsela, assunse quattro volte in un anno il titolo d'imperatore, sempre per vittorie altrui: piombato improvviso sui Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani, strascinò in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose la toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati contro l'impero, sterminavano eserciti interi nella Mesia, nella Dacia e nella Germania.
Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo Giulio Agricola sulla Bretagna. Cesare pel primo era sbarcato nell'isola per reprimere i sacerdoti Galli che continuamente fomentavano le sollevazioni nella Gallia romana (t. II, p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia, non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono le armi, finchè non le condusse Agricola (77). Tacito, genero di questo, volle proporlo a specchio e raffaccio degli altri capitani; onde racconta che, accortosi come il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando dalla propria casa, nominò uffiziali i più degni, senza riguardo a raccomandazioni e preghiere, ripartì più equamente le imposte: poi incoraggiando i suoi coll'esempio, scoraggiando i nemici colla rapidità delle marcie, riportò molte vittorie, molti col perdono indusse a sottomettersi, e cercò tenerli quieti coll'incivilirli; mai non cercava sminuir la gloria ai soldati per attribuirla a sè, e sempre mostravasi avaro del sangue romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma sulla Bretagna e la Caledonia; ma Domiziano, quasi eclissasse le sue imprese finte colle vere, lo richiamò, e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore altrimenti che col vivere nell'oscurità (85), e neppur questa forse il sottrasse al veleno.
I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in consiglio, passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero il governatore della Mesia, e menando orribile guasto, occuparono quante fortezze aveano là intorno munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga, mandò a Decebalo supplicando pace (90), con ricchi donativi, con artigiani d'ogni sorta, e con una corona in segno di riconoscerlo re, e rassegnandosi a pagargli annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari assalissero con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al senato aver messo finalmente il morso agl'indomiti Daci; e tornando, dopo aver peggio che in guerra devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i poeti lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni[215].
La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo esercitarla in pace. Avendo il banditore, nell'acclamar console Flavio Sabino genero di Tito, in isbaglio chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare e il banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei grandi dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte assai senatori e cavalieri (95). Di molti Cristiani prese l'ultimo supplizio in Roma e nelle provincie, come di nemici alla repubblica, tra i quali Flavio Clemente cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille, nipote e moglie di quello.
Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio e in sospetto la storia e gli storici: Erennio Senecione, incolpato di scrivere la vita d'Elvidio Prisco, fu creduto degno di morte; Fannia vedova di Elvidio, che confessò averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno Rustico fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto; Armogene di Tarso venne ucciso perchè parve nella storia alludere a Domiziano, e crocifissi quelli che ne avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua e di sensi più generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli scienziati sbandì: alcuni, cessati gli studj, presero il mestier di spia, il più opportuno perchè impinguava colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti. Un cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra civile; sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi; conduce vita illibata? è un nuovo Bruto; se inerte e stolido, cova disegni di sangue; se operoso e vivo, intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro per uom privato; il povero, non avendo che perdere, potrebbe a tutto avventarsi. Più le spie erano vili e schifose, più l'imperatore le palpava e reggeva; convinte di calunnia, crescevano di merito; ad esse le spoglie dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato; quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città tenuti per confidenti e ministri; schiavi furono subornati contro i signori, liberti contro i patroni; e chi non avesse nemici, trovavasi tradito da gente, della cui benevolenza mai non avea dubitato.
Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare ad altri i proprj pensamenti, nè fremere insieme; e vedeano con silenzio pusillanime i tribunali fatti strumenti di perdizione, rapine ed assassinj palliarsi col nome d'ammenda e di castigo: le isole riboccavano di relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la morte con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i loro cari nell'esiglio.
A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare gli aneliti; esultava quando a una sua parola il senato impallidisse. Privatamente si compiaceva di lepidezze inumane. Una sera chiama a banchetto il fior de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare i più de' cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe sicuro finché pur un senatore respirasse. Man mano che arrivano, son condotti in una sala a bruno, ove fioche lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col nome di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano uomini ignudi, tinti di nero, colla spada nell'una, la face nell'altra mano: ma dopo girato attorno, aprono le porte, e congedano i due ordini principali dell'impero, non so se più atterriti o scornati.