In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione civile, che fuor di essa non vedeasi se non disordine, servitù, barbarie; le legioni rivoltavansi contro i principi, contro Roma non mai. Quando poi questa, ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti, molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi furono costretti; alcune legioni che avevano giurato l'impero gallo, tornarono al dovere, e furono accolte impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace (71); Classico, Tutore, altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni furono consegnati ai Romani, e perirono nei processi.
Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare imperatore, fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione, nè si sottrasse alla morte che col dar fuoco alla casa dov'era ricoverato, facendo credere d'esservi perito. E lo credette anche la moglie sua Eponina, che teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli non potè farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con due liberti, ricoverato in una caverna. Reprimendo la gioja di questo annunzio, ella seguitò vita e lutto vedovile; ma fingendo affari, stava lungamente alla campagna per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò due gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare il marito sconosciuto a Roma, donde tornò. Così passati nove anni, qualche curioso lo ormò, e scoperto l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato a Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la stranezza del caso, le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho allevato questi bambini in una tana come una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede», intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal mandarli al supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia tornò l'amore dell'ordine, cioè la pazienza della servitù; e i Druidi si trasformarono in maestri di scienze romane.
Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la Comagene col nome di Eufratesiana, la Grecia emancipata da Nerone, la Licia, la Tracia, la Cilicia Trachea, con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu circuita e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come vedremo.
Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto da Dio a conservar pura la tradizione, finchè, venuta la pienezza de' tempi, sorse di mezzo ad essi e fu da essi sconosciuto e ucciso quel Divino, di cui tutta la loro storia non era che preparazione, simbolo, profezia. Anche perduta la dominazione, unita alla provincia della Siria, e governata da presidi romani, la nazione ebrea rifiutò ostinatamente i costumi de' Gentili e la religione idolatra; e agli imperatori che voleano violentarne le coscienze, opponeva le proteste, e subiva le persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea e la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni de' principi e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, infine la smoderatezza degli Zelanti rendevano infelicissimo il paese, e gli facevano sentire la maledizione del sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a migliaja, offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non v'è orrore che non accompagnasse quella guerra, in cui si conta perissero un milione e mezzo di Ebrei: finalmente Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme stessa e la incendiò (70 — 1 7bre), e da quel punto gli Ebrei più non ebbero patria nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa attività e con irremovibile perseveranza vivono confidati che quel Dio, che altra volta li richiamò dalla schiavitù di Babilonia, faccia splendere ancora il loro giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue, imprecato dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono e redenzione.
Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò il popolo collo spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi o sbranati dalle fiere: altri condotti a Roma abbellirono il più splendido trionfo, ornato viepiù collo strozzare i principali di essi: altri furono serbati a fabbricar l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo e il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro d'oro e gli altri arredi del culto di Ieova.
Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà tribunizia; e la chiusura del tempio di Giano attestò finite o sospese le guerre. Anche Roma respirava dalle atrocità e dalle pazzie, non così però che le mancassero supplizj; e fu singolarmente deplorato quel dell'intrepido Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; ma scoperti, Marcello prima della condanna si uccise: a condannar Cecina non bastando l'essergli trovata l'arringa disposta per ammutinare i soldati, Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose procedure!
Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non fallo, sto per divenire iddio»; burlandosi del divinizzare che i Romani faceano i loro principi. Sereno fin all'ultimo istante, — Un imperatore (disse) dee morire in piedi», tentò alzarsi, e spirò (79) di settantun anno, regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare commedie, ove il morto era messo in burla. Il buffone che, in quello di Vespasiano, contraffacea l'estinto, domandò agli economi quanto costerebbero i funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito, riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il cadavere nel fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia solo essa poteva appuntare il successore di Tiberio e di Nerone[214].
Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più nella guerra, finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; sorreggeva chi gli offrisse denaro; se portava malanimo contro alcuno, ne facea da prezzolati domandar la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi con Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano riprovati dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, quanto dagli Ebrei, scandolezzati che una loro principessa scendesse agli abbracci del distruttore di sua nazione.
Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò Berenice fuor d'Italia, per quanto si sentisse di lei acceso; al fratello Flavio Domiziano, discolo ed intrigante, non solo non fece verun male, ma esibì dividere con esso l'autorità; confermò con editto generale le prerogative concesse da' suoi predecessori a città o persone; lasciava il popolo accostategli fin nel bagno, assegnare quando e come bramasse i giuochi ch'egli dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli rimostrava il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non conviene che alcuno parta melanconico dalla vista del principe»; ed una sera, non ricordandosi d'aver beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una giornata».
Accettando il pontificato, dichiarò che più non si contaminerebbe di sangue, abolì la legge di fellonia, nè si accusasse più alcuno per aver detto male di lui o de' predecessori. — O sparla di me a torto, e lo compiango; o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo della verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono Dei, possono a voglia punire gli oltraggi senza mio intervento». Avendo il senato condannati nel capo due patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da una potenza superiore all'umana; al tempo stesso invia a rassicurare la madre de' rei, li vuol seco a banchetto la sera, il domani agli spettacoli, passando a loro le spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli venivano offerte ad esaminare.