La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da Rieti. Tito Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle guerre civili, e dopo la rotta di Farsaglia tornò nel paese natìo come esattore delle gabelle. Suo figlio Flavio Sabino l'eguale industria esercitò in molte città dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, arricchì prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino e Vespasiano. Valenti guerrieri entrambi, quest'ultimo divenne senatore e console col blandire i potenti; la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò con giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia fossero pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; in pien senato rese grazie a Caligola d'averlo invitato a cena; proconsole in Africa, servì tanto bene Nerone, da attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in sì basse acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al vivere cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il pose l'essersi lasciato prendere dal sonno mentre Nerone recitava proprj versi; onde ritirato in campagna attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, togliendo ogni ombra a Nerone, gli aveva meritato quel comando, nel quale mostrossi eccellente; pazientissimo alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo soldato: se non che disonoravasi coll'avarizia.

Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. Appena seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie l'Italia; conferì governi e comandi ad amici suoi, sperimentati nel vivere privato e sui campi; e non si trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde qualità, molle e attivo, superbo e compiacente, avido dei godimenti e indomito alle fatiche, con potere illimitato e bastante severità diede buon incammino alle cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva gli occhi; un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò l'uso della mano: tutto ad onore e gloria del dio Serapide. Entrando nel tempio, Vespasiano vide dietro di sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da Svetonio, Dione e Tacito, il quale dice che al tempo suo la menzogna non avrebbe potuto aver corso.

Glorioso per vittorie e per miracoli (70), Vespasiano arrivò in Italia; e se, appena eletto, tanta folla accorse a riverirlo da non bastarvi l'ampia città d'Alessandria, pensate al giunger suo nella metropoli! Ognuno se ne prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano ad ogni mutar di principe.

In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva, incorando a dire schietto ciascuno il suo parere; migliorò l'amministrazione della giustizia, e nominò una commissione speciale per accelerare lo spaccio de' processi, interrotti nelle precedenti turbolenze. Fatto censore, degradò i cavalieri che si fossero disonorati, surrogandovi i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti, crebbe fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima creazione di tal genere che la storia ricordi. Nè però intendeva rialzare l'aristocrazia oppressiva, dovendo ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed essendo nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore, ma il diritto naturale e le leggi autorizzano a rendergli ingiuria per ingiuria».

Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici modi; benchè abituato sui campi, gemeva allorchè dovesse mandare qualcuno al supplizio; accessibile a tutti, parlava spesso della sua bassa origine, proverbiando coloro che volevano derivargliela da Ercole; sprezzava i titoli, e a stento accettò quello di padre della patria: diè protezione e ricca dote alla figlia di Vitellio, e sopportò che Muciano vantasse d'avergli egli stesso regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto Nerone non tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia, e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè gli Stoici, o quei che di tal nome si camuffavano, persisteano a turbar le opinioni col rimpiangere il passato e denigrare il sistema imperiale, li sbandì. Demetrio, un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città, ma gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano si contentò di dire: — Tu fai di tutto perchè io ti tolga la vita, ma io non uccido cane che abbaja». Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò ascolto; ammonendolo alcuno di guardarsi da Mezio Pomposiano, perchè nato sotto una costellazione che gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: — Di quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei sia al trono».

Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì alcune gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una sugli escrementi; e rimproverandogliela Tito, esso gli diede ad annusare il denaro ritrattone, chiedendogli: — Puzza?» Dicendogli i messi d'una città che il loro senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli, stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate qui il valore della statua vostra». Non v'avea delitto di cui uno non potesse a denaro riscattarsi: dicono ancora affidasse le pingui amministrazioni a coloro che meglio sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che spremeva dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la sovrantendenza della casa imperiale per uno che diceva suo fratello, l'imperatore non rispose nulla, ma, fatto venire il raccomandato, fece sborsare a se stesso la somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì la carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza, Vespasiano gli disse: — Cercati un altro fratello; il raccomandatomi si trovò essere fratel mio e non tuo».

Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a che fondo trovò le finanze, mentre non meno di quattromila milioni di sesterzj l'anno richiedeva l'amministrazione dello Stato, propendiamo a compatire un vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più che ciò non lo trasse a confiscare i beni neppur di quelli che l'aveano contrariato, nè il distolse dall'ajutare senatori poveri, rifiorire città diroccate, ristorar vie ed acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti, pel primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina in Roma, e raccogliere tremila lastre di rame su cui erano scritti i fasti antichi della città. Allora fu elevato il tempio della Pace, adunandovi i capolavori sparsi qua e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri edifizj, periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto Galba; allora il grande anfiteatro che meritò il nome di Colosseo; allora ristaurate le grandi vie di tutto l'impero, non più a spese delle provincie ma dello Stato. Ed avendogli un meccanico offerto macchine da trasportar grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò, ma ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che il popolo viva».

Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a volta contro l'oppressione romana; e sospese col nuovo sistema imperiale le guerre di conquista, molte divennero necessarie per difendere le provincie o per tranquillarle. Già vedemmo quelle menate sotto Augusto nella Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna, stanca delle esazioni e de' pubblicani, si rivoltò, ma l'entusiasmo non la sottrasse dal vedere ribadite le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il culto dei Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale; e in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia, ricevendo i Galli al senato e alle dignità, che che scandalo ne prendesse l'aristocrazia. L'Armenia, dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e Tiridate ne ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale pure mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano accettato il titolo imperiale, che i bellicosissimi Daci presero le armi; non tenuti più in soggezione dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono gl'invernali accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato il Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano mandò pronti soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li ricacciò di là dal fiume, le cui rive munì d'una schiera di fortezze.

Le guerre domestiche de' Romani davano sempre eccitamento a qualche provincia di sollevarsi. I Batavi, tribù di Catti, che, sturbata dalla Germania, erasi stanziata nell'isola formata dai due rami del Reno, furono condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti conquistatori, e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia riprese desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti dai nascondigli, e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj e tutto il corredo dell'antica superstizione, produssero oracoli, promettenti l'impero del mondo a gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio come preludio della caduta di Roma, trucidano i capi romani, e proclamano l'impero gallo.

Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava negl'interessi dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e i migliori delle colonie dissuadevano i loro nazionali da una guerra che ripristinerebbe la barbarie distruggendo l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani surrogherebbe di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi, la prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui Petilio Cereale, comandante alle forze romane, arringava gli abitanti di Treveri: — Io non so parlare, bensì combattere: ma poichè le parole de' sediziosi fanno effetto su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese vostro entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai vostri maggiori, stracchi delle mutue distruzioni. Con qual fortuna guerreggiammo i Germani e altri nemici vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re della Gallia. Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene a voi più che i loro antenati ai vostri? Cupidigia di preda, desiderio di mutare i loro pantani col vostro ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi col nome di libertà; e voi foste battuti e dominati finchè non vi deste a noi. Noi non vi abbiamo aggravati più di quel che fosse mestieri per conservare la pace: del resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate le nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo chiuso; de' buoni principi godete voi anche lontani; i tristi sentite meno perchè lontani. Ma come la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a soffrire qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani, tutto il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto con ottocento anni di fortuna e di abilità non potrebbe scomporsi senza universale sovvertimento; e peggio starà chi possiede oro e beni, esche alla guerra. Amate e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma, ch'è nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate essere piuttosto docili con sicurezza, che riottosi con rovina»[213].