Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito. Immaginò un piatto, detto lo scudo di Minerva per la prodigiosa capacità, dove si raccoglieva quanto potesse meglio solleticare palato o capriccio d'uomo; cervella di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue di rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una cert'ora; femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti nel sonno, perchè l'agitazione ne fa il fegato d'un mangiare delizioso; fregoli di pesce, staccati dal fondo dei laghi al modo che si pescano le perle; altri pesci spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi funghi, di cui si spiava il nascere nelle umide notti; poma imbarcate cogli alberi loro e col giardino ove crebbero, affinchè Cesare le cogliesse di propria mano e godesse le primizie della fragranza e della lanugine. Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno d'ingente dispendio; invitavasi da un amico a colazione, dall'altro a pranzo, dal terzo a merenda, a cena dal quarto nel giorno stesso, e gareggiavano a chi più lautamente gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello, che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila degli uccelli più squisiti al mondo. Ovunque egli passasse, bisognava riporre i cibi, altrimenti dava del dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e nove milioni di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro straziò in murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori e di fiere, e nelle splendide esequie di Nerone, liete alla ciurma, esecrate dai buoni.

Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie d'Oriente. Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la morte di Nerone, mandò Tito suo figlio a congratularsi con Galba; ma avendo saputo per via il tracollo di questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito diede volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore. Le legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre all'orbe il padrone, quanto quelle della Germania e della Gallia? Vespasiano, tenuto alquanto in bilancia dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio, alfine lasciò da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli obbedienza; a Berito stabilì un senato per dibattere gli affari, richiamò veterani, cernì novizj, fabbricò armi, battè moneta, e postosi in Egitto, contro di Vitellio spedì Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria. Il quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo tasse, venne in Europa (69), ove le legioni, dall'Illiria alla Spagna e alla Bretagna, acclamarono Vespasiano. L'esercito illirico, guidato da Antonio Primo, calasi dalle Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona sono sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e le Rezie; Cecina, che comandava gli eserciti di esso, lo tradì; la flotta di Ravenna gridò Vespasiano; finalmente sotto Cremona si fe giornata. Trentamila Vitelliani caddero (29 8bre) uccisi da compatrioti ed amici; un figlio ammazzò il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il pregò di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il campo de' Vitelliani, Cremona fu assalita, e per quanto Antonio Primo desiderasse campare una città cinta di amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè frenare l'agonia delle prede e l'odio antico; e saccheggiata per quattro giorni, fu distrutta. Primo vietò ai soldati di tener prigioniero verun Cremonese: ed essi gli ammazzavano.

Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare il pericolo col non parlarne; guaj a chi in Corte toccasse delle atroci novelle! mandava spie a scandagliare nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva uccidere perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli per dieci anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime concessioni, e nelle sale di Roma e nei parchi di Aricia, dimenticando il passato, il presente, l'avvenire, bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione, cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a verificare coi proprj occhi le forze e la postura del nemico; e visto Cremona ruinata, le legioni prigioniere e il campo vigoroso, tornò, ne diede certezza a Vitellio, e trovandolo incredulo, per testimonio di sua veracità si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita!

Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino; poi incalzato, raggiunse l'esercito con un codazzo di senatori che lo rendeano viepiù spregevole; ed ora a questi, ora a quelli si volgeva per pareri; poi, ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico, sgomentavasi e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno avea voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo con preghiere, con lagrime, con promesse, più esorbitanti quanto meno pensava mantenerle; e così raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma come Primo fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono a frotte.

Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, si tenne in fede: sol quando si bucinò che, per cessare il sangue, Vitellio abdicava, egli assunse le armi; ma il popolo, invaso da subita frenesia, lo chiuse in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le case vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino fu trucidato a rabbia del popolo, il quale mal si potrebbe dire perchè con nuovo furore proteggesse una causa non sua, e principi che domani avrebbe forse trascinati nel Tevere.

Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, difila sopra Roma: Vitellio, sebbene rimbaldanzito da quel furore vulgare, mandò colle Vestali un ambasciatore chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa anche questa, si battagliò per le vie, e cinquantamila uomini perirono; mentre il vulgo, cui la sua bassezza faceva sicuro, applaudiva o fischiava i colpi, piacevasi scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando viva e muoja, come cosa pazza.

Vitellio, scoperto in un canile (20 xbre), fu menato per la città con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli urli della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al moltiplicare degli insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure io fui vostro imperatore».

Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva di morte violenta.

Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava un esercito a Terracina, fu terminata la guerra, ma senza che fosse pace. I soldati vincitori inseguivano i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero; col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la ciurma gli avviava ed emulava. Primo valevasi del comando per rubare più degli altri: Domiziano, figlio del nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi trafugato in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare, tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' quali alla povera Italia restava appena fiato per acclamare Vespasiano augusto.

CAPITOLO XXXVII. I Flavj.