Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, i quali non era malvagità che non si permettessero; nei giudizj e negli impieghi non guardavano a merito, a diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde si rinnovavano le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e l'odio de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col disprezzo per la sua inerzia, faceva intollerabile il dominio. Vedendosi sprezzato ed esoso, e udita la rivolta d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare un successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per modestia e severità: e l'esortò a portare la superba fortuna, come sin là aveva l'umile sostenuta; essere accorciatojo al ben regnare l'osservar quali cose si condannerebbero in principi; ricordasse di aver a governare gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù.

I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco Salvio Otone, inveterato negl'intrighi di Corte, essendo stato caldo sostenitore di Galba, sperava da lui quel premio: deluso, e nulla avendo a sperare nella quiete, tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti, le insinuazioni dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di Pisone, lo fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore (69) da non più che ventitre guardie pretoriane. Ben tosto altri ed altri si aggiunsero; gl'indifferenti non si opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone uscì, mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che non trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè il popolo empì il palazzo gridando morte a Otone, siccom'era solito nei teatri, e non già per amore o per idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare i principi con vano favore, pronti a gridare il contrario un'ora appresso.

E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar baci e ogni umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o di fautori; e prima i pretoriani, poi la legione de' marinaj, memore dell'insulto, gli prestano giuramento. Galba, svigorito dai settantatre anni e dall'infingardaggine, compare armato in sedia; è forbottato senza consiglio (69 — 15 genn.) fra una moltitudine non tumultuante, non quieta; e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente il petto, dicendo: — Ferite, se così comple alla repubblica». Regnò otto mesi, piuttosto scevro di vizj che dotato di virtù; e fu detto di lui, che parve degno dell'impero finchè nol conseguì.

Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra gente, corsero a chi prima al campo, bestemmiando Galba, ad Otone baciando la mano e ammassando titoli e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli accoglieva cortese, e procurava rattenere i soldati dal sangue e dalla ruba; ma aveva autorità di comandare il delitto, non d'impedirlo, e dovette a lor capriccio deporre ed alzare magistrati. Vinnio, Laco, Icelo, Pisone, indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti innocenti e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata micidiale si conchiuse con feste e falò: al domani il pretore, convocati i padri, fece decretare la podestà tribunizia ad Otone, che, attraverso le insanguinate vie di Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di cesare augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta, che dalla brevità del regno gli fu impedita.

Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo. Nella Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla sua i governatori della Gallia Belgica e della Lionese, e i campi dell'Alta Germania, della Rezia e della Britannia (69), si fece gridare imperatore, e prese l'autorità, premiando e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti; e presto udì che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano, non per benevolenza od ira, ma perchè indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti, egualmente spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj, mostrasi assiduo agli affari, blandisce il popolo con elocuzioni, il senato colle dignità, colle largizioni i pretoriani; perdona ad alcuni; ordina a Tigellino di morire; tenta smovere Vitellio dall'impresa con larghe promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie enormi e meritate, l'uno all'altro spediscono assassini. I pretoriani tumultuano; i cittadini rimangono col batticuore d'una guerra civile; nessun partito osava prendere il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a un imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette dell'altro. Lo sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi, statue rivoltesi, mostri nati; un bove parlò in Etruria; il Tevere traboccando portò via i viveri. La gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare, dissimulando la paura quanto più n'avea.

Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro al pericolo colla più parte de' magistrati e de' consolari, e colle coorti pretoriane. La guerra fu atroce come sogliono le civili, sostenute da stranieri ausiliarj: finalmente a Bedriaco[212] l'esercito d'Otone andò squarciato (20 aprile). A questo in Brescello ne recò notizia un soldato, il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per viltà, si trafisse colla propria spada. L'imperatore a quell'atto esclamò: — Non sia mai che gente sì prode e affezionata resti, per mia cagione, esposta a nuovi pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero, mostrando che non era a disperare, che tutti voleano dar la vita per esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri gli dicessero essere grandezza d'animo il soffrire le calamità, non il sottrarvisi, egli li supplicava a lasciarlo sagrificare la sua per salvare la vita di tanti, e, — Non trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini, nè la vittoria può venire senza molto sangue fraterno. Vitellio prese le armi; io dovetti difendermi; ma la posterità sappia che una sola volta esposi per me Romani contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello, i figli, la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi lagno; chè il querelarsi degli uomini o degli Dei al venir della morte, è un mostrarsi cupidi della vita».

Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini di Nerone, che gli affidò Poppea sinchè non si fosse tolta d'attorno Ottavia; s'era affogato nei debiti; spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia ogni dì, rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi sempre a lato uno specchio, e a quello componevasi in aria marziale prima di camminare al nemico. Indotti i suoi a non ritardare la risoluzione sua, s'accinge ad uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche questa notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali, s'addormenta, e la mattina si trafigge (21 aprile).

Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva per salvarli, i guerrieri suoi levarono un rumore, pericolosissimo perchè non era chi li quietasse; esibirono l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e mentre il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva d'ambe le parti col pretesto di punire gli avversi. Vitellio accorso, perdonò ai primarj uffiziali dell'emulo, gli altri punì di morte; nel campo di Bedriaco, tuttavia coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le ferite, e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più buono se è un cittadino»; e fatto recar vino, bevve e ne distribuì, rivelandosi qual era goloso e crudele.

Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli quel che di squisito porgesse il contorno; i migliori cittadini erano raccolti a splendidi banchetti; ed i soldati l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi detto un baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato parte, pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i servi, attraversando l'Italia al tempo della messe, la sperperarono, svergognando, saccheggiando, vendendo come in guerra rotta. L'imperatore entrava in Roma con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si cacciasse innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero gli amici avvertito di risparmiare questo nuovo insulto ed assumere abito di pace. Nell'arringa al popolo e al senato sciorinò la solerzia e la temperanza sua; e popolo e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà, applaudirono.

Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani di darsi spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro sbandiva gli astrologi; ed essendosi affisso un cartello che annunziava Vitellio morrebbe il giorno che gli astrologi uscissero di Roma, egli fece ammazzare quanti ne colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo al senato, ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli soggiunse: — Nessuna meraviglia che due senatori tengano contrario avviso». Trovato un catalogo delle persone che avevano sollecitato premj da Otone come uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione del passato che per riparo all'avvenire. Inetto però a gravi cure, le lasciava ai favoriti Valente e Cécina che gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico di cui aveva usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò, fin della propria madre.