Esso governo spirituale, non che contrastare col governo terreno, imporrà d'attribuire a Cesare ciò che gli appartiene; ma a fronte di Cesare ergerà dottrine che, insinuandosi nella vita sociale, la modifichino, ed esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli. Pertanto nella società mondana v'avrà nazioni distinte; nella religiosa un'adunanza universale (Chiesa cattolica): colà il lignaggio dà potenza e decoro; qui tutto deriva dal merito personale, senza gradi nè privilegi ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere al primato e fin agli altari: colà la forza impone i regnanti, e il talento di questi destina i magistrati; qui tutto va per libera elezione, dall'acòlito sino al pontefice: colà eserciti che soggiogano i corpi, qui apostoli che convincono l'intelletto e inducono la volontà: colà imperatori che decretano, qui diaconi, preti, vescovi che istruiscono e consigliano: colà giudizj che puniscono, qui un tribunale ove il confessare i delitti li espia; e se v'ha chi persiste nella nequizia e scandalizza i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al convito de' buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; ivi la coazione, qui la coscienza. La carità cristiana toglie dunque l'uomo dal giogo dell'uomo; come contro la propria debolezza, così lo difende contro l'oppressura altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di questi piccoli».
Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza volontaria, una legge di patimento e d'abnegazione, ruppe il fascino delle grandezze pagane; il livello della povertà, sotto cui abbassava tutti, diveniva livello d'indipendenza; sicchè agli splendori dell'antichità sottentrassero la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto succede al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente sottomessi a Dio, da Dio solo vogliono dipendere, vero e primo sovrano, dal quale Cristo fu investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto e dal suo Verbo deriva agli uomini il diritto di comandare. I principi aveano fin allora dominato solo sui corpi colla forza; allora governerebbero anche gli spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore. A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano alla consentita, prestandola non ad un uomo fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo così i due demoni della tirannia e della rivolta.
L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce col sommettere l'uomo ai capricci dell'uomo[209]; riduce il principe a ministro di Dio pel bene, e i governi a provvedere che sia rettamente distribuita la giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le coscienze. Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio l'uomo che la esercita, nè l'uso che ne fa; e quegli e questo sono subordinati al diritto eterno. Nessun uomo possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; demerita l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria sostituisca a quella legge superna, di cui è interprete la Chiesa[210].
Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di quest'autorità del giusto è collocata la Chiesa, società delle anime legate al cospetto di Dio dalle medesime credenze, depositaria immutabile delle verità eterne, e insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace ogni verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, assicurando la libertà nel vero, repudii la libertà nell'errore, combattuto sotto qualsiasi forma perchè gli manca il diritto. Rappresentando la natura umana ancora scevra dal peccato, essa è incapace di errare come di morire; e afferma o nega competentemente i primi veri, su cui si fondano non solo la religione, ma la famiglia, la società civile e la politica; una nel capo, molteplice nei membri.
Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, filosofia e religione, morale e politica; derivate tutte dalla medesima sorgente; era costituito il criterio del sapere, degli affetti, delle azioni. Quanti secoli però, quanto sangue, prima che la verità divenisse trionfante, s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite sue conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora ne' mali inseparabili dalla condizione umana recherà balsami la carità, intenta a diminuirli o a consolarli coll'elevare gli occhi del soffrente al Cielo che è per lui.
CAPITOLO XXXVI. Galba. — Otone. — Vitellio.
Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia Giulia, o imparentati o adottivi di essa; e il senato davasi l'aria di eleggerli: ma ora, al vedere una persona nuova, creata dai soldati, il senato comprende essersi rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di Roma[211].
Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, preconizzato all'impero da mille augurj, nella sua pretura avea ben meritato del popolo col l'introdurre il nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano sulla corda. Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per non attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, represse i concussori, ed acquistò l'amore della provincia. Insorto contro Nerone (68) per restituire (diceva) il massimo dei beni, la libertà rapita da un mostro, come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi a Roma, auspicando male il regno col punire le persone e le città che aveano ricusato secondarlo nella sollevazione, e trucidare i complici e fautori di Ninfidio Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea voluto farsi gridare imperatore.
Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in legione, gli va incontro a Ponte Milvio chiedendo essere confermati; e perchè al suo niego si ammutinano, Galba li fa assalire dalla cavalleria, settemila uccidere tra in battaglia e per castigo, i restanti in prigione finch'egli visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente: pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, comanda che il palco sia dipinto, e ornato di fiori.
Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti di Nerone, fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; e qualora Galba uscisse in pubblico, gli chiedeva a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui a grosse somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, come della parsimonia che Galba credeva necessaria dopo i pazzi scialacqui precedenti. A un senatore che il ricreò tutta una cena, regalò una moneta, avvertendolo, — È di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le prodigalità del suo antecessore volle cincischiare, ordinando che, chiunque n'avea ricevuto doni, ne restituisse nove decimi, creando per questo un tribunale che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho scelto i soldati, non li voglio comperare»; voce degna d'un prisco Romano, s'egli l'avesse coi fatti sostenuta.