A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni sorta rarità.

Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere.

Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri; conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze, di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche, possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome di suoi liberti.

Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone, Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio il Ciceromastix, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225].

Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.

Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno; e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano.

A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile. Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba: Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi. Taziano, al contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa maestà e privò Taziano della sua grazia.

A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso, accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote.

Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi, qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri.

Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità, che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti; continua lettura faceva dell'Arte d'amare d'Ovidio e degli epigrammi di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio Annio Aurelio Vero.