Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini, sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, volendo dilettare e istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizionali senza curarsi di appurarle, segue e spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei tempj di Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti antichi conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche fra i più dotti videro le opere di Aristotele: Cicerone, che tutto seppe, conosce soltanto per un dicesi i Latini che prima di lui scrissero di filosofia; e quando vuol informare della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè gl'interpreti servivano che ai negozj; e Cesare, che sì lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perchè i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava l'alfabeto greco.
Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come altri nobili, per diletto de' suoi figli trasportò in città quella di Perseo re di Macedonia: Silla da Atene quella di Apellicone Tejo, che fu messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse una di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il suntuoso Lucullo, che gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche Attico ne formò una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare per farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a non vendere certe opere, giacchè spera poter comprarle lui[25] per aggiungerle alle molte che già aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca: ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici destinati a collazionare, i testi riuscivano scorrettissimi[26]. Primo Cesare pensò ad una biblioteca pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio Pollione: poi Augusto ne applicò una al tempio d'Apollo Palatino[27], ed una al portico d'Ottavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un gabinetto per la lettura.
A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi in esaminare l'antichità, e rintracciare i documenti che sono occhio della storia. Li precedette una civiltà potente, qual fu la pelasga; gli educò l'etrusca: e nè di questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno per portentoso erudito Marco Terenzio Varrone (n. 116), che a settantotto anni aveva scritto quattrocennovanta libri di varia materia. Nelle Antichità delle cose umane e divine cominciava dall'uomo, dal suo organismo e dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea, alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo fissò la cronologia (æra Varronis); e indagava tutto ciò che potesse illustrare la storia e le condizioni politiche e morali. Le Cose divine erano un profondo trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti, i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere l'ateismo e la corruzione de' costumi; al che forse diresse anche l'altra opera Della vita del popolo romano.
Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer Roma ai cittadini, che prima vi stavano come stranieri[28]; e gli antichi s'accordano a tributargli il titolo di dottissimo: ma se dai tre dei ventiquattro libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura, e da pochi altri frammenti vogliam giudicarlo, ne appare scarso d'erudizione e più di critica, e ansioso di rintracciar lontano quel che aveva in casa[29]. Nell'esaminare le etimologie della lingua latina, ignora i metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar le parole; e suppone che i Latini inventassero il proprio parlare, mentre non fecero che torlo da altri (vedi Appendice I); non istudia gli idiomi allora viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere del latino.
Nel trattato De re rustica, dopo le generalità, viene alle vigne, agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta dell'allevamento del bestiame, de' formaggi e della lana; il terzo degli animali, della bassa corte, della caccia e della pesca. Al semplice esordio di Catone (vol. I, pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi, ti scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso sulla carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè quel proverbio che l'uomo è null'altro che una bolla, ancor più s'attaglia a vecchio. I miei ottant'anni m'avvertono di fare il fardello pel gran viaggio. Avendo tu, o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri render fruttifero con buona coltura, procurerò informarti di ciò che convien fare non solo mentr'io vivo, ma anche dopo morto... Non invocherò a soccorso le muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità maggiori; non i dodici Dei della città, sei maschi e sei femmine, le cui statue sorgono nel fòro, ma i dodici che presiedono all'agricoltura. E prima Giove e Terra, che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il Sole e la Luna, di cui si osserva il corso per seminare e piantare; indi Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili alla vita; Rubigo e Flora, pel cui patrocinio il frumento e gli alberi vanno immuni dal bruciore, e fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento, perchè senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e senza buon successo la coltura è illusione». Dopo questa litania introduce gl'interlocutori[30].
Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini illustri di Grecia e di Roma in cento fascicoli da sette ciascuno, donde il titolo di Hebdomades, e coi ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un modo di moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione e la diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino Visconti immaginarono fossero disegnati sopra pergamena, adoprandosi una qualche maniera d'incisione: ma il passo di Plinio[31] ci trae piuttosto a crederli di cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al modo de' sigilli.
Accennammo (vol. II, p. 161) come molti vergassero le proprie memorie, solitamente in greco: e insigni sono quelle di Giulio Cesare. La difficoltà di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver serrato; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio d'ogni altro vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narrò grandissime geste in piccolissimo volume, la cui naturale semplicità e la limpida ed evidente concisione già erano in delizia a' contemporanei[32], e fin ad ora non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano continuamente i Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro che Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido nel narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza, non la cerca; non prepara gli effetti; va tutto spontaneo: e sebbene nol possiam credere imparziale, e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare una circostanza, un'altra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il proposito deliberato di mentire e di presentar se stesso al popolo e ai posteri in maschera, valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo del genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati sugli auspizj e sull'aruspicina, sul moto degli astri, un poema nominato Iter ed altre poesie.
Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri negli Annali Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei Gracchi rimasero interrotti. Cesare pel primo istituì un giornale degli atti del senato, ed uno di quei del popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto ordinò si continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, ed elesse egli medesimo chi dovea compilarlo[33]. Su quello del popolo si notavano le accuse recate ai tribunali, le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati, le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le vicende dei principi. Somiglia dunque ai giornali moderni, lontanissimo però dall'averne la diffusione, che ne costituisce l'importanza.
Ma già colle altre ambizioni era nata quella della parola, e al finire della repubblica apparvero storie degne di questo nome; e il primo che v'adoperi stile conveniente è Crispo Sallustio (vol. II, p. 155). Solo i due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono; ma egli avea narrato in cinque libri anche l'intervallo fra quei due fatti; e ancor si leggevano al tempo del Petrarca, il quale nelle Lettere soggiunge aver trovato in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui luoghi; diligenza ben rara fra i Romani.
I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne storico latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo riducesse la storia romana ad un'epopea, cui conviene più che ad altra quell'epiteto affatto romano di magnifica. Con un'ammirazione candidissima[34], con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce poeticamente, narra ampio e maestoso, qual conviene al paese dove si congiungevano l'eloquenza poetica con quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni arcaismo di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore del suo stile, come in certe moderne tragedie, non ci presenta se non i contemporanei d'Augusto, esprimenti con accento gentile le passioni d'età gagliarde. Come arte non sapremmo qual lavoro antico o moderno pareggi quella sua eloquenza, neppur un istante dimentica della propostasi gravità; quella chiarezza che nulla lascia d'indeciso nelle idee, di faticoso all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce grazia al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante che diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia; quella perfezione di stile, ove nuove bellezze rivela ogni nuova lettura. Qual successione di mirabili quadri, di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche opere antiche la perdita è a deplorare quanto de' libri suoi; e il mondo letterario tripudiò ad ora ad ora della speranza sempre tradita di vederli scoperti o nei serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia.