Le Storie Filippiche di Trogo Pompeo non ci sono conosciute che per un compendio fattone da Giustino, di scarsissimo frutto, e senz'arte di disporre e concatenare: ma alcuni frammenti pubblicati testè[35] ce ne fanno viepiù rincrescere la perdita.
Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo Gellj, Clodio Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, primo liberto che osasse applicarsi a un genere che tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna amico di Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le Famiglie illustri di Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu vinto da Cesare, dettò la geografia dell'Africa e dell'Arabia, e una storia romana, lodata da Plutarco per esattezza.
Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia universale in tre libri[36], ed altre che andarono perdute, non avanzandoci che qualche brano, e le vite di Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di stile. Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono sotto il nome di lui, senza colore nel racconto, senza originalità e coerenza ne' pensamenti, senza vigore nello stile, nè quelle particolarità che fan conoscere al vero i personaggi, nè ampia notizia di fatti, o appropriata scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una compilazione d'età bassa. Se è vero che siano tanto opportune alle scuole, almen si corredino di note che non lascino imbevere i giovani di tanti errori di fatto e di giudizio.
Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini ai greci, crede che il solo capace d'uguagliarli sarebbe stato Cicerone[37]. Giudizio d'amico, ma che nella forma stessa onde è espresso manifesta che i Romani nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione; più bella la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè, inebbriato di patriotismo, sprezzatore dell'antichità, potea riuscire storico quale oggi lo intendiamo. Eppure tanta materia di storia egli ci esibì in opere non a ciò dirette. Le Lettere sue, scritte giorno per giorno sotto l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo, tanto più fedele osservatore perchè indeciso nella politica, sono il monumento storico forse più importante che s'abbia: nei libri delle Leggi, della Repubblica, dell'Oratore, nel Bruto, e ancor meglio nelle Orazioni, apre inesausti tesori per la conoscenza del diritto. Già da lui estraemmo la storia dell'eloquenza; e il potremmo della filosofia greca, se il tema nostro non ci restringesse all'italiana.
Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla mediante il linguaggio e la giurisprudenza (tom. I, p. 135); e per quanto incerte sieno tali congetture, ce n'esce però una filosofia non di scuola come fra' Greci, ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano, e che essendo fatta men per la vita che per la scuola e per esercizj di penetrazione, variava secondo il differente punto d'aspetto, e menava facilmente al rifugio de' tempi scredenti, l'eclettismo.
Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono utilitarj, stimando la scienza in ragione del vantaggio che recava; e la filosofia disprezzavano non solo come inutile e cianciera, ma come pericolosa, imputando ad essa la decadenza della Grecia[38]. Perciò attesero piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: e Panezio, che iniziò i Romani alle dottrine della stoa, non restringeasi ad angustie di partiti, venerava Platone come il più saggio e santo de' filosofi, ma insieme ammirava Aristotele; non approvava negli Stoici la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare il libro d'un Accademico, ove s'insegnava che la pietà ci è data dalla natura per renderci clementi[39].
Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole conciliatrice di Roma: nè scuola filosofica propria vi si costituì, solo studiandola come necessaria coltura, e come opportuna a formar l'oratore, a dar fermezza e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che insegnato. Le opere di Aristotele, quantunque da Silla fossero portate a Roma, rimasero chiuse nella biblioteca di lui, finchè Tirannione grammatico non vi diede pubblicità; corrette poi e supplite da Andronico di Rodi contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma anche persone erudite ignoravano quel filosofo[40].
De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò nè gran dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone, anzichè istruire, stimolavano ad istruirsi[41]; alfine Cicerone presentò agli ultimi nipoti di Pompilio e di Cincinnato le raffinatezze della filosofia greca. Sinchè egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di Tusculo o del Palatino, dove, senza perdere di vista Roma, s'occupava di filosofia per esercizio dello scrivere, per isfoggiare la propria abilità, e per fare che nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna[42]: i Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto, e non dissimula che le sue sono traduzioni[43], mediante le quali in vero ci conservò memoria di molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità scientifica e intellettuale i Romani, quando chiudevasi la politica; e preparare ristori alle vicende della fortuna, cui poteano essere esposti.
Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della Natura degli Dei, della Divinazione e del Fato, delle Leggi, della Repubblica: alla morale le Quistioni Tusculane, gli Uffizj, i Paradossi, i libri dell'Amicizia, della Vecchiaja. Più sobrj che le orazioni, li troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi alla esattezza delle voci e delle frasi, le accatta sovente dal greco, e sagrifica la precisione alla circonlocuzione, valendosi delle definizioni greche benchè le parole non avessero equivalente significato, rispettando le conclusioni de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse; rompe il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere il fondo della scienza. Lasciati a parte i sommi modelli Aristotele e Platone, prevaleva allora la setta eclettica de' Nuovi Accademici, che con leggerezza mostrava come, deducendo ragioni pro o contro delle altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo metodo calza perfettamente a coloro che vogliono avere una tintura di molte cose, piuttosto che approfondirsi in una. E appunto per secondare tal gusto, Cicerone, che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio[44], si ferma alla probabilità, anzichè posare in convinzioni risolute; tante sono le cose che asserisce, che tu dubiti se profondamente n'abbia meditato veruna; e come varia di stile, di lingua, di calore secondo l'autore che segue, così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta.
Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia; quando posa i grandi problemi religiosi, s'accosta alla verità assoluta, ha la volontà di raggiungerla, ma si fa scrupolo de' dubbj che, per amore di scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi nel probabile, cogli Accademici, che objezioni facevano a tutto e non riuscivano a veruna certezza, speculatori sempre, non pratici mai, perturbatori d'ogni principio[45]. Effetto inevitabile in una credenza mancante di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati Cicerone non può recarli che come probabilità, dove il sentimento prevale quand'anche l'argomentazione sia stringente[46].