Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari sovra quistioni date[47]; e la divide in luoghi, cui tratta indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza sua del mondo deduce riflessioni vere, argute, evidenti; ma occorrono ricerche sulle basi della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione, della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua filosofia è fatta pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i doveri risultanti dallo stato sociale siano preferiti a quelli che derivano dalla indagine scientifica; ed ogni ricerca mettasi da banda, non appena sorga occasione di operare.

E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone: crede istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente da bisogni; che di tale convivere sia legge la indulgenza e benevolenza universale: nulla v'ha di meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni e far bene[48]: il riscattare i prigionieri e nutrire i poveri trova generosità ben maggiore che non le larghezze onde i grandi di Roma blandivano il popolo[49]: estende anzi la patria a tutto il mondo, volendo che l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura, volendo se n'abbia riguardo quanto almeno degli armenti[50]. Ma il patriotismo e gl'istinti pagani ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? son barbari, persone in brache e sajo. Chi attestimonia per lui? cittadini romani. Il più nobile de' Galli potrebbe essere paragonato coll'infimo de' Romani?»

Però le applicazioni sono il più delle volte generose: e se mette alquanto della natura sua allorchè predica doversi seguitare la virtù in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare i tempi e adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma di Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo della guerra è la pace, e non doversi quella intraprendere che per rimovere l'offesa[51]. Siffatte aspirazioni pacifiche in verità erano comuni al cadere della repubblica, quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come letterato poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa di feroce nel precipitarsi ciecamente alla strage e lottare corpo a corpo col nemico, e vi prepone la gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e all'umanità.

Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, o norma unica ne è l'interesse? Come platonico, egli unisce la morale e la politica, e fa da Lelio proclamare che alle società nulla nuoce più che l'ingiustizia, nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia del patriotismo, crede che Roma conquistò il mondo nel difendere i suoi alleati, e sostiene legittima la conquista di essa, cogli argomenti onde Aristotele sosteneva legittima la schiavitù: natura ha stabilito che chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene pei popoli, i quali perivano in grazia dell'indipendenza[52]. Il patrioto dimentica che la filosofia non dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma regola invariabile dell'uomo dev'essere il dovere.

Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, al fratello Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo a quella posterità cui non lo destinava. Ivi non più retorica, ma parla col cuore in mano, con lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene le molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, naturali in così fatte scritture, le oscurino a volta a volta, siamo empiti di meraviglia da quell'elegante naturalezza, dall'erudizione spontanea, dal frizzo, dalla concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col gusto[53].

Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo grand'uomo, il quale ci presenta l'intero circolo della sapienza romana, e i cui libri, eternati dalla chiarezza ed eleganza, esercitarono non solo sulla successiva scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi, maggior efficacia che non i filosofi profondi.

— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, rem tene, verba sequentur», avea detto il prisco Catone, conforme al vecchio spirito di Roma, e alla natura stessa della lingua latina, sì poco poetica quanto mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se stesso. Ma i letterati la alterarono colla fraseologia, nè mai ci si persuaderà che veruno parlasse come scrivono Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava essa piuttosto il valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo si conformassero i metri originali: ma quando adottarono i greci, non poteano togliere per fondamento la lunghezza o brevità naturale delle sillabe, e doveano riportarsi all'uso de' Greci. Se non che il metro greco perdette la serenità e l'anima, contrasse alcun che di duro, principalmente in grazia della divisione fissa della cesura nell'esametro e nei versi alcaici e saffici.

Quinto Ennio che adottò il verso esametro come eroico, è da Oidio detto massimo d'ingegno, d'arte rozzo, e Quintiliano lo paragona a un bosco antico, le cui elevate quercie ispirano venerazione più che non dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal greco, consueto esercizio delle letterature nuove, dotò Roma della prima epopea, intitolata Annali romani, la quale si continuò a leggere lungo tempo in pubblico; e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. I, p. 360).

Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità fu la satira[54], di cui fanno merito a Lucilio di Suessa, che ne scrisse trenta libri di mordacissime, dando all'esametro l'andar libero e la sprezzatura che lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano quelle di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le Menippee, dette così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, e dove la prosa alternavasi col verso.

Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i posteriori, poetando d'imitazione più che di lena, dovettero fondare il linguaggio poetico sopra forme metriche e grammaticali differenti dalle popolari; talchè quello risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono le parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale appuramento la lode appartiene a Cajo Valerio Catullo veronese (n. 86), il quale adempì colla latina quel che il Petrarca colla lingua nostra, spogliandola delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso che da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. Vi si sente però ancora la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo, come negli elegi posteriori, nè chiude il senso; frequenti gli iati, non iscarse le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio di Arianna abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di concetto, di sentimento, d'espressione, in generale quell'aria al tempo stesso di negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, al quale di sedici anni appena era maggiore.