Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, Catullo il presentò colla procacia della Venere terrestre. Perocchè abbiam già notato (Cap. XXVIII) come la poesia si facesse ministra di corruzione e divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio Caro (n. 95). Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più specialmente di Empedocle, trasse costui in versi la filosofia epicurea nel libro De natura rerum, cioè delle cose che posson nascere o no, proponendosi di sciogliere gli animi dalle pastoje della religione[55]. Chi crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito d'averla vestita di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo che, per la povertà della lingua e la novità della cosa, è assai difficile illustrare con versi latini le oscure dottrine greche; laonde vegliava le notti nel pensare con quali parole e con quali versi potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte[56]: ma il genio di accoppiare la meditazione intima dei sentimenti e delle idee coll'ispirazione delle grandezze naturali, gli manca. Perchè ha viso di pensator forte, alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può ad altri piacere quel fare antico; ma realmente mostra più studio che ingegno, accumula ancora le parole composte[57]: ben talvolta esce in armonie che Virgilio non isdegnò; ma se eccettui la protasi del poema, l'esordio del secondo libro, la descrizione della peste, e il fine del terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido addottrinamento: e se per estro ed elevazione toglie la mano a tutti i Latini, cede ai migliori in quella rapida vigoria che nel tempo stesso sviluppa e compendia, e nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle con lungherìe disopportune.
Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio. Il primo, di famiglia equestre, sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e «possedendo ricchezze e l'arte di goderne»[58], tranquillavasi in una villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni era ito compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma sentita passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far mente mai al lettore: il che somiglia a naturalezza, mentre il terso stile e l'artifizioso magistero rivelano una cura attentissima, e già gli antichi gli assicuravano l'immortalità.
L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, era stata dai Greci de' migliori tempi adoperata alla precettiva ed alla politica, e da' posteriori all'erotica. Di quest'ultima si fecero imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e la riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo principalmente tocca a quella malinconia, che forse troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa egli riferisce all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli è perchè Delia non può passeggiare sotto l'ombre avite; se della morte si consola, gli è perchè Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il triplice addio.
Properzio di Mevania nell'Umbria[59], figlio d'un ricco il quale, per aver favorito Lucio Antonio, perdè la maggior parte dei beni, abbandonata la giurisprudenza, si fece poeta godendo l'amicizia de' migliori, cantò Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in grazia, spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in agevolezza, profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè mai non dimentica l'arte, limando, levigando, non dando passo che sull'orme dei Greci; e non de' Greci del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come Callimaco e Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia, allusioni nocevoli all'affetto. Vantandosi di aver egli primo fra gli elegiaci maritato le feste romane alle danze greche, non pare che senta se non in relazione di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più lagrime che Niobe conversa in sasso, che Briseide rapita, o Andromaca prigioniera: dorme? somiglia alla figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia, o a quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano) ad una baccante del monte Edonio, quando briaca si corca sulle smaltate rive dell'Apidano. I suoi capelli son del colore di quelli di Pallade: la statura, quella d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie del lido, pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue pitture mesce Castore, Polluce, Ippodamia: le rammenta che Diana non si perdeva troppo allo specchio; che Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti ornamenti; che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del fiume Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida.
Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa ornare le leggende d'Italia che con miti greci, non deplorar Roma che rammentando le sventure d'Andromaca e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome in alcune elegie veramente sublimi, e la propria emozione sa trasfondere nel lettore e volentieri si rileggono i versi ove dipinge gli antichi costumi degli Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel calendario ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la campagna, non come questo dalla città, ma come uom che la vede.
Il quale Publio Ovidio Nasone (43 a. C.-17 d. C.), cavaliere da Sulmona terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo[60], di rimpatto mostra maggior brio, ed è il verseggiatore più limpido, più fluido. Però in quella spontaneità da improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur non ismette[61], cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la dignità di Properzio; spesso si ripete, sminuzza in particolarità indiligenti[62]; talvolta lede persino la grammatica[63]; ma purchè riesca a farsi leggere, che gl'importano difetti e censure?[64].
Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli onori, antepose la vita gaudente, e divenne carissimo alle corrotte compagnie ed alla Corte d'Augusto. Se non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non inflitto dal senato ma dal padre della patria, dall'amico dei dotti, senza torgli nè le sostanze nè i diritti, ma senza processo, senza addurre motivi[65]. Teneva egli mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe tacere le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto co' laidi versi? Il bel mondo susurra della mancanza del suo poeta, ma non ardisce scandagliarne la cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della vittima e l'illegalità del punitore.
Nelle Tristi e nelle elegie dal Ponto verseggia un dolore senza dignità nè rassegnazione, erige altari e brucia incensi al suo persecutore; in femminei rimpianti e monotone rimembranze rincorre la parte più superficiale della vita, e a forza di stemprar le lacrime, s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche mandasse, non potè impedire che le sue ossa giacessero sotto terra straniera. Le Elegie amatorie sono il giornale di sue galanti avventure: brioso e festevole, a differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo, Orazio o Marziale, nè faccia pompa come essi d'infamie contro natura, è il più osceno poeta latino; e tale lo rivela pure la sua Arte d'amare, di cui troppo parlammo. Le Eroidi sono epistole che suppone scritte da antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè indovinare il sentimento delle età remote; e dall'erudizione lasciando soffocare l'affetto, che si riduce a lamenti lambiccati per separazioni.
Nelle Metamorfosi, in dodicimila esametri canta le forme mutate degli Dei e degli uomini; scioglimento troppo uniforme alle ducentoquarantasei favole, raccozzate con intrecci poco naturali, nè quasi altro collegamento che della successione. Le forme sotto cui vengono rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi: ma in Ovidio alcune son mere favole della mitologia, in altre i personaggi perdono il carattere simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate; spesso oscene, avventure si applicano a divinità morali; ogni cosa poi è dedotta da poemi e drammi d'antichi e di contemporanei, eccetto forse il bellissimo episodio di Piramo e Tisbe. Nei Fasti espone il calendario e l'origine delle feste romane, come già avevano fatto altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo Sabino: ma nulla suggerendo di elevato o di recondito, lascia dominarvi la leggenda e la menzogna consacrata dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione al suo tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse celiando, come della cavalleria fece l'Ariosto che tanto gli somiglia. Pure dovendo di preferenza toccare a favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune, che altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti del tempo, vi predomina l'idea di Roma: questa è la sola unità de' Fasti; di questa intesse i destini nella troppo facile orditura delle Metamorfosi[66], che finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio Cesare, e colle preci per la conservazione d'Augusto.
La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un fatto della natura, e particolarmente del regno animale, e un fatto analogo della vita umana, di modo che, preso nel suo carattere generale, acquisti una significazione per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur qui troviamo alcuna originalità romana. Fedro (30 a. C.-14 d. C.), che s'intitola liberto di Augusto e nato in Pieria di Macedonia, trovando occupato ogn'altro campo della greca imitazione[67], tradusse le favole esopiane in candidissimo stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà costante, non disgiunta da varietà[68], spargendole qui e qua d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia e quel frizzo che colpisce e passa. Talvolta si eleva a maggior grandezza e a morale sublime, come là dove canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso, dinne, ti preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che? le sacrate chiome della profetessa si fanno irte, scuotonsi i tripodi, mugge la religione dai penetrali, tremano i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal nume, scioglie le voci: Udite, o genti, gli avvisi del dio di Delo. Osservate la pietà; rendete voti ai celesti; la patria, i padri, le caste mogli, i figliuoli difendete colle armi, respingete il nemico col ferro; soccorrete agli amici, compassionate i miseri, favorite ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate gli empj, punite quei che stuprano i talami, schivate i malvagi, non credete troppo a nessuno. Ciò detto, cadde la vergine forsennata: forsennata da vero, giacchè quelle parole furono gittate al vento».