Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il rigore del soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo preoccupato ogn'altro genere, tentò un trattato d'astronomia, ove l'aridità dell'insegnamento di rado è illeggiadrita dallo stile[69]. Pochissimi pure leggeranno il Cinegetico di Grazio Falisco.
Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e le commedie di Fendanio, le tragedie di Pollione e di Vario, e le epopee di Vario stesso, di Rabirio, di Cornelio Severo, di Pedo Albinovano, il poema di Cicerone sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non ci son noti che di nome. Cornelio Gallo, confidente di Virgilio, combattè contro Antonio ed ebbe il governo dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si uccise.
Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam chiariti come in Roma dominasse una letteratura di tradizione e d'imitazione, sicchè tutti si esercitavano in eguali generi, eguali soggetti, quasi eguali sentimenti. In generale imitavano i poeti della scuola Alessandrina, e più che dell'invenzione si occupavano della forma, mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati insomma, non genj. Della loro vita conosciamo poco più di quel ch'essi medesimi ce ne tramandarono per incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti faceano versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non aveano che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche consorteria, a meritar il quale bisognava sagrificassero l'indipendenza. Ammusolata l'eloquenza, la poesia per sopravivere si fa stromento alla corruzione, onestata col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle armonie delicate abitua la pubblica opinione a lodare il fortunato, il quale s'annojava di questi adulatori, ma per interesse li proteggeva e concedeva loro i piccoli onori, avendo della letteratura fatto uno spediente di governo. Da tutti trapela una società infracidita dai vizj del conquistato universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita dall'elegante despotismo, indifferente ai pubblici interessi e ai gravi doveri, anelante al riposo, ai godimenti del senso, allo stordimento delle voluttà. Sulle iniquità passate hanno cura di stendere un velo recamato, di scusare o anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere o pervertire i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal principe? Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta? i poeti canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto ha paura? ripeteranno quanto sia necessaria la sua vita, che tardi ascenda ai meritati onori dell'Olimpo, e (cosa strana, non singolare) vanteranno la beatitudine d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere la decadenza.
Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare in opinioni meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto, non approfondiscano nulla; principalmente persuadano che il godere la vita, usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose di mezzo alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio tanto più efficace, quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che sì breve doveano durare.
Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio e Virgilio. Il liberto padre di Quinto Orazio Flacco da Venosa (66-8 a. C.), lo fece accuratamente educare col magro camperello; si trasferì egli medesimo a Roma, e cercò un impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè il figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i patrizj, e per vesti e servi non discomparisse dagli altri. Esso padre lo vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupilio Orbilio, che spoverito dalle proscrizioni, s'era messo soldato, poi grammatico, e che severamente educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua.
Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì inferiori ai Greci, e massime ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale, politica, tutto, siccome avviene dei libri che spesso si rileggono.
Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una legione[70] nelle file pompejane, come la gioventù che imita, non sceglie: ma nella giornata di Filippi gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose, toltogli dai soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere, si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, reso audace dalla povertà[71]: e se fosse perdurato in questo eroismo negativo, sarebbe riuscito inopportuno come Catone, mentre invece si immortalò coll'accostarsi ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse freddamente questo partigiano di Bruto; ma conosciutone l'ingegno, se lo guadagnò, e presentollo ad Augusto. In quel vivere pubblico sul fôro, al portico, nel campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche in gran diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale e tollerante, divenne amico senza invidia e senza bassezza del buon Virgilio, come del dovizioso Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena, dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando tante ce n'era da distribuire, confiscate, occupate militarmente, vacanti per padroni uccisi.
E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta s'intitolava superbo e allora solitario (vacuum Tibur), bastante al lavoro di cinque famiglie[72], ebbe Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni, gustando il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre a sè le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; tanto scarco d'ambizione e aborrente da legami, che nè tampoco volle essere segretario di Augusto: ma alle lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne il poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto uno strale per ogni evento; per celebrar natalizj o vittorie de' nipoti del suo padrone, da buon Romano esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che il sole non potesse veder cosa più grande di Roma[73].
Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di bronzo.
Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò via a Filippi, e chiama se stesso un ciacco delle stalle d'Epicuro, mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè, come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli, predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva disteso l'oblio.