E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro. In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi, ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo che guida la sua composizione: in Pindaro è un onore pe' vincitori l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se stesso[76]; e poichè scrive all'occasione di avvenimenti giornalieri, generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelle Epistole e nelle Satire, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili versi.
La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio. Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario, che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento, esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implora le cene e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue satire invecchiò[78].
L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola Dell'arte poetica; componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse ancora dalla morte consacrato[81]; al censore cianciero e petulante attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti.
Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza; nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di quelle che s'impongono a nome della libertà.
In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes (Piétola) presso Mantova, educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico, della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82].
Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le Georgiche, capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. Nelle Bucoliche copia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di famiglie[83].
Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84], aggiungendovi finezze tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il pensiero e l'espressione.
Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea. I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero; l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla generosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là erasi fatto di meglio.
E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, il cui carme sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo, i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o quelle d'Ottaviano, come fece Cotta nella Farsaglia: ma la vicinanza delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare l'umanità.
Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici, rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi, Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di Roma, mettendoli a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi i Fasti d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i prischi nomi dei luoghi[87].