Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano, avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da' suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'Odissea e le guerre dell'Iliade, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta però che la musa gli canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto.
A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea, giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza. Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto, sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e del tempo de' semidei.
Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze.
Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di Alessandria, i bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse fuso gli uni coll'altro, e nell'esposizione della civiltà italica antica (dove rimase tanto inferiore) non introdotte in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera non soltanto romana ma italica, causato il troppo immediato confronto coi poeti imitati, e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi si scorge fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza. Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna età, non la sua, non quella che descrive[89], né di aprire un nuovo calle ai successori; ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione: l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde Ariosto cantò gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte d'Augusto.
Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: Enea depose la pelasgica rozzezza: la donna non è più una Criseide che passi a chi vince; non un'Andromaca che, da vedova di Ettore, si contenti di divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, e all'amore tradito non sa sopravivere[90]. Nell'inferno di Omero, Achille ribrama avidamente la vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il suo traditore e passa.
In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà Virgilio eternamente prezioso a chi è capace di sentire. Fra tanti poeti che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur uno non troviamo che tratteggi al vero il procedere della passione, accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le crisi più rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche descrizioni, in tutto ciò che è esterno. La meditata conoscenza della vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere ingenuo, si conservò semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il proprio cuore, e ciò che dapprima era soltanto esteriore, ridusse subjettivo coll'insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i secreti più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale son gettati i primi semi colla pietà nata dalla fama, poi cresce colla vista, col racconto, colla consuetudine, col raziocinio, finchè deluso, non può cessare che colla vita.
A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, per cui dalla desolazione di Troja incendiata s'insinua ad una scena di famiglia; di mezzo all'ira disperata, Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla procella succedono la placidissima descrizione del porto, e le ospitali accoglienze; l'episodio puramente guerresco dell'esplorazione notturna nel campo, è risanguato dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo; perocchè il patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa essenzialmente efficace nella vita umana.
Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo poeta; quel condurre la realtà esteriore alla spiritualità, quel tradurre l'idea in immagini che offre vive vive all'occhio, e in cui forse consiste quel bello stile che Dante riconosce aver tolto da lui, e che Virgilio avea forse dedotto dall'assiduo suo studio ne' tragici[91]. Quella fanciulla che getta al pastore un pomo e si nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser veduta; quel bambino che col primo riso conosce la madre; quell'Apollo che tira l'orecchio al poeta per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti; quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; quell'idea della speranza, rappresentata in Dafni che innesta i peri, di cui coglieranno le frutta i nipoti; que' pastorelli che incidono sulle piante i cari nomi, le piante cresceranno e gli amori con esse[92]; sono idillj compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti quadretti. Poi, per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finchè non siano avvivati dalla presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi e i sacri fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente l'opaca frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di densi faggi, alle selve e ai monti sparge inutili querele; e i molli prati e i limpidi fonti e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il vivervi eternamente colla sua Licori[93].
Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la musa a particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo che placida fluì la sua vita, più che non soglia in poeta. Caro ad Augusto e copiosissimamente da lui rimunerato[94], non prendeasi briga delle romane cose e dei perituri regni, ma ritirato presso Táranto, fra i pineti dell'ombroso Galéso[95] cantava Tirsi e Dafni, come l'usignuolo che, senz'altro pensiero, la sera empie il bosco de' suoi gorgheggi. Lo mordevano i Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità ammiratrice veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in teatro, il popolo tutto s'alzò, come all'arrivo dell'imperatore[96].
Ammirando però quella forma così temperata, così pudica della sua bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi esaltiamo l'Ariosto per la forma, pur ridendoci delle sue favole, così, mentre si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava, anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non se ne volle staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un fatto pubblico passioni personali, quell'elevare l'individualità mediante la grandezza dello scopo e la serietà del destino, quell'equilibrare la natura collo spirito, ci portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come divennero Omero e Dante. Quella parola de' genj contemplativi e creatori, che è possente a trarre in terra l'ideale, è negata a Virgilio, il quale riesce soltanto a magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento passeggero.