Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da padrone; non così con Virgilio, costretto a lavorare d'erudizione. Omero è più universale ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch'egli medesimo scavò e asperse di sangue; mentre Virgilio guida Enea per regolare viaggio ai morti regni.

Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme generali, personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sono gli Dei del proprio sentimento, delle proprie passioni: in Omero son essi una cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora in avvenimenti semplici, come per indicare la via di Cartagine. Pure, non foss'altro, la diligenza del verso avvisa che si è già a quel punto di civiltà ove più non vi si crede; e quegli Dei appajono macchine, inserite nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in Tito Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben più naturale e ingenuo.

Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio oppone un tale affastellamento di artifizii, che sarebbero troppi a narrare la distruzione d'un impero. Chi non ha sentito la sublimità delle battaglie d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto, al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza di cielo e terra, che rimbomba nei versi e nelle parole. Quale assurdità invece i serpenti che strozzano Laocoonte in mezzo a un popolo! qual meschino spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si chiudono in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: Sinone che intesse la più inverosimile menzogna: Trojani così ciechi, da non mandar fino a Tenedo, che dico? da non salire sopra una torre per avverare se la flotta nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, sì smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di Troja, superando due fiumi e gli aperti spaldi; poi non appena Sinone l'ha schiusa, è incendiata e presa quella città vastissima, folta di popolo, con un esercito intatto; avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori ridussero le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero altrove quel che poterono sottrarre.

In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone sia re dei re, ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna, serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo consentaneo: Acate non sai che è fido se non dall'epiteto del poeta: chi il pio applicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro. Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia, gravida d'imperi e fremente di guerra.

Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento; alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale la lasciò, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori, che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97].

In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità, fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più elevato.

I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura, dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal tribunale o dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano; e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce i greci filosofi.

Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione; e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più squisiti esemplari.

— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio nome all'eternità della romana fortuna[99].

Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, fu poco sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci; l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico; di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità; e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e alla fecondità d'invenzione.