Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione, come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì, poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma ricorda.
Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto. Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro; ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea predomina quella della patria grandezza.
A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca, perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela la condizione sociale del genere umano.
Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, prontamente decade. Augusto ben poco merito ebbe all'apparire dei genj, di cui esso fu il contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. Già egli derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: — Il più che cerco è di parlare e scrivere naturalmente»; ma le idee che contenevano, faceangli mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorchè cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione poeta e storico appuntava Sallustio di vecchiume, Livio di padovanità, Cesare di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante[100]; ma era l'amico dell'imperatore, avea buona biblioteca, bella villa, esperto cuoco; sicchè dovea trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava, ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo.
Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti agli articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di lettura amena, e che diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Così svoltavansi gli spiriti dall'eloquenza pubblica verso quella di scuola. Di quella conservavano ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore «unendo il colore della vecchia orazione col vigore della nuova» (Seneca); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che satireggiava anche le persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli scritti di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso, oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse la nuova via, alla quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo respinta dalla tribuna[101]. Perocchè, mutata la pubblica attività nella monarchica sonnolenza, cessato il giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie e dei grandi che davano da pranzo ai letterati.
Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa voce d'Ovidio, cui l'infingarda abbondanza, lo sminuzzamento, i contorcimenti della lingua, i giocherelli di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. Così breve tempo era bastato perchè la letteratura romana passasse da Catullo non ancor dirozzato ad Ovidio già corrotto.
CAPITOLO XXXII. Tiberio.
Augusto non osò sistemare il governo monarchico mediante uno statuto, il quale ponendo limiti a' suoi successori, avrebbe fatto conoscere ai Romani ch'egli non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè elezione legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta monarchia, costituita unicamente sulla forza, dalla forza unicamente frenata; l'imperatore, rappresentante del popolo, poteva quel che volesse[102], e dell'onnipotenza valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e a togliere al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza.
Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme repubblicane, aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè vedeasi senza repugnanza che l'impero passerebbe da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo dell'illustre casa Claudia, illustre egli stesso per imprese guerresche, rivestito di molti onori e della tribunizia podestà, figliastro e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra gli orfani d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere ogni gelosia, s'allontanò da Roma, come dicemmo, e visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli, toga: lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal tetto di quella faceva che gl'indovini investigassero negli astri l'avvenire; e se la risposta riuscivagli sospetta, nel ritorno il liberto scaraventava per le balze l'astrologo mal avvisato.
Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) (4 d. C.), torna a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono sel destinasse successore acciocchè la propria moderazione traesse risalto dal lento strazio di costui[103], ch'e' conosceva pauroso, diffidente, irresoluto, simulato. Alla morte dunque del patrigno (14), Tiberio si trova padrone del mondo a cinquantasei anni. Non volendo accettar l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità d'un vecchio, modestamente convoca il senato, come tribuno ch'egli era; e la offertagli dominazione ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare il divin genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi ad accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza in ogni passo. Di fatto li consultava continuo, ne incoraggiva l'opposizione, gli esortava a ripristinare la repubblica; cedeva la destra ai consoli, e sorgeva al loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi, massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il titolo di signore, nè di padre della patria, nè tampoco quello di Dio, dicendo: — Io sono signore de' miei schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli altri cittadini romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia, la pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava i governatori delle provincie che un buon pastore tosa non iscortica le pecore. Riformò i costumi, diminuendo le innumerevoli taverne, restituendo ai padri l'autorità di punire le figliuole discole, benchè maritate; vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri di corteggiare pubblicamente le commedianti; e per raffaccio allo scialacquo de' banchetti, faceasi servire i rilievi del giorno antecedente, dicendo che la parte non ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri e la parola». Vuolsi in senato portar querela contro suoi diffamatori? — Non ci basta ozio per tali bagattelle. Se aprite la porta ai delatori, non avrete ad occuparvi d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto di difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie da vendicare».