Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe mai comparire grazioso; le larghezze e l'affabilità di Augusto disapprovava; non diede molti spettacoli al popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco soddisfece ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj detto per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad Augusto che l'ultima sua volontà rimaneva inadempita, Tiberio gli pagò il lascito, poi di presente lo fece trucidare perchè riferisse ad Augusto notizie più fresche e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare od altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti intrighi e delitti non colse che l'amarezza d'aver posto in trono un ingrato. A Giulia, indegna sua moglie, da tre lustri relegata, sospese la modica pensione assegnatale dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio Gracco, drudo antico di lei.

Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto mostrossi calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. Agrippa, nipote d'Augusto, fu ucciso. Le legioni di Germania e di Pannonia avevano offerto l'impero a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione: pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato della popolarità e del valore di lui, lo richiamò di mezzo ai trionfi per mandarlo a calmare l'insorto Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo tracotante e violento, il quale col profonder oro e calunnie ne attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di veleno o di crepacuore a trentaquattr'anni (19). Tutti, fin i nemici, piansero il generoso giovane, e in Roma il dolore si rivelò con clamorose dimostrazioni. Il giorno che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro d'Augusto, la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo Marzio ardeva di doppieri; quivi soldati in arme, magistrati senza insegne, popolo diviso per le sue tribù gridavano, esser la repubblica approfondata, arditi e scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma nulla punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso Agrippina moglie di Germanico: chi la diceva ornamento della patria, chi unica reliquia del sangue d'Augusto, specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero sopravivere agli iniqui[104].

Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera lasciata da Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati e il sanzionar le leggi, trasferendo questi atti nel senato, sovvertimento radicale della costituzione romana[105], sebbene già prima i comizj fossero resi illusorj dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato così divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: affine poi che neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, i senatori doveano votare ad alta voce, e presente l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo quell'assemblea, augusta un tempo, allora si trovò avvilita a segno che Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure se ne giovava per gli atti legislativi, davanti ad essa proponendo o ventilando leggi, che nessuno osava contraddire.

L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli, adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee contro l'aristocrazia di averi o di merito.

Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale; tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino, nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio Cordo che, nella storia delle guerre civili di Roma, intitolò Bruto l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107].

Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto, riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento; chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello, fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate, non si sapeva perchè.

Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti, timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura degli schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada, e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora abbastanza rappattumato con te».

Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza, o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è subito messo a morte[108].

In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio; ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo, sevizie e voluttà. Amplissima vista di mare, il prospetto della ridente Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse per prigione e paradiso (26) il minaccioso e tremante imperatore: gli scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme, acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva alla crapula, sicchè i soldati, invece di Tiberius Claudius Nero, lo chiamavano Biberius Caldius Mero: allora creò un sovrantendente dei piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto, ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.

E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse, torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri, gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. I senatori deputati a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati: fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano, prefetto de' pretoriani.