«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri, con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe; che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe spogliare l'anima mia dell'onestà.
«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace, giacchè chi ti congeda è tutto bontà.
«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare ascolto a delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni, lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico, l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione, nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando, eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre, gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici, tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto, applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi, di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa, o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente Non ho tempo, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto, non dispettoso e diffidente, non mostrare ad altri d'averlo a vile e di credersene migliore, amar la celia innocente.
«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti, buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia, caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in Dio egli vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto; disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo agli uomini per beneficarli.
CAPITOLO XL. Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.
L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia. Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti: ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di contemplarne il declino.
La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico, le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa, i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino, poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più lontano la rozzezza e la ferocia.
Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità, che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per Viterbo all'Etruria.
D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia, che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza, la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine da Forum Appii sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano, Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna. Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia, provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio, portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.