Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale, le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza, chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che, essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.

Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini, l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi, Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria; VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville, di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a solleticare il rintuzzato senso de' piaceri.

Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città; i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia, di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone d'Italia».

Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità municipali facevano eseguire le leggi supreme: ma, come avviene sotto gli imperj, il reggimento cittadino andava foggiandosi ad aristocrazia, scegliendosi i magistrati non più fra il popolo ma fra gli illustri, e la giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, cominciò l'Italia a ridursi poco meglio che le altre provincie; cui si potè dire pareggiata allorchè Adriano la commise al governo di quattro consolari.

La cittadinanza privilegiata diventava un nome già sul fine della repubblica, quando Cesare la comunicò a tutta Italia e ad intere provincie. Anche i servi divenendo liberti, entravano nella società politica del loro patrono: ma acquistando i privati diritti di cittadino, rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, nè ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione.

Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila cittadini; ma cessato col sistema delle conquiste il bisogno d'accrescerli onde reclutare fra essi le legioni, e perchè non isvantaggiasse il fisco per la troppa abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto magistrati e i grandi proprietarj delle provincie. Con ciò si traeva al corpo dominante il fiore di tutto lo Stato, e si assodava la potenza imperiale: ma alle legioni, in cui non entravano che cittadini, Augusto fu costretto arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate gli consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i sudditi, col che, cancellati i reggimenti municipali, ridurrebbe l'impero all'unità monarchica: ma l'andare i cittadini esenti da tassa prediale, da dogane e pedaggi, fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure i successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale per Roma, lasciarono dilatare la cittadinanza; e i magistrati municipali, uscenti di carica con annua vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli che ben meritassero in qualsivoglia modo.

Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di spingere i cittadini alle armi, le legioni si dovettero empire di gente nè italica nè cittadina, e affidarne il comando a stranieri; poi ricompensare i servigi dei legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai primi onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; talchè esercito, senato, magistrati più non furono romani che di nome. Claudio ammise in senato molti peregrini, cioè sudditi non cittadini: eppure questi sotto di lui sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti ne facevano bottega: ma intanto le entrate pubbliche ne scapitavano, onde bisognava ristorarle con confische e proscrizioni. Nelle provincie poi i possedimenti s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione de' cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; poi dopo Vespasiano pare che i provinciali ammessi alla città non restassero immuni da nessun aggravio.

Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito dopo che non l'accompagnavano le prerogative d'occupar soli le cariche, di non essere giudicati se non nell'assemblea del popolo, di non pagare tributo, di decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro che il benefizio di non esser catturato per debiti e di appellarsi all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi e alle largizioni pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, a che mai riducevasi in tanta estensione e lontananza? Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini il dover militare, non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima agnazione; oltre alcuni accatti, che sopra soli cittadini pesavano.

L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la cittadinanza non fu che un sottoporre i provinciali a tutti i pesi de' cittadini: e allora s'intepidì l'amore per una patria accomunata a tutto il mondo; cresciuto l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati col logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, si moltiplicarono le guerre, interne eppure non civili, dove si trattava di mettere in trono o d'abbattere un capitano forestiero, estranio ai sentimenti ed al meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a capo dello Stato uno straniero, fors'anche un barbaro. E se pure sorvivevano in alcuni le tradizioni liberali, attinte dall'educazione, dalla letteratura, dalle memorie che li circondavano, servivano soltanto a far sentire viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro poteva confiscare i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. Oppressione più disgustosa perchè sussistevano nomi e forme repubblicane, a titolo di libertà e di pubblica sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e questo punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il popolo, come investito della podestà tribunizia. Quanta avea dunque ad essere la costernazione di quelli che sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? Fuggire? ma dove, se tutte le terre civili erano sottoposte a Roma?

Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente come il pubblico bene rampolli piuttosto dalle istituzioni che da rettitudine de' principi. Roma n'ebbe di ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia, pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in un mostro, o venire soppiantato da pessimo successore, dipendendo ogni cosa dalle qualità del monarca.