Si nomina una lex regia, in forza della quale venisse conferito il supremo potere all'imperatore: ma non consta che mai sia esistita; quel nome certamente non sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi dell'impero, e forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano, furono compilate le Pandette. Che se una legge generale avesse creato un potere supremo, non sarebbe più stato mestieri di conferma: mentre invece sappiamo che gli atti di ciascun imperatore non reggevano dopo la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, depositario in diritto della sovranità, la quale nel fatto stava all'arbitrio d'un solo. Pure sembra che a ciascun eletto venissero conferiti i poteri sovrani, quasi per dargli un'origine legale[241]. Probabilmente in questi senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, come la Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente che il principe venisse prosciolto d'ogni legge[242].

La sovranità però consideravasi sempre emanare dal popolo, e fin tardi si trovano menzionati i comizj, e leggi fatte in essi. Sussisteva anche la tribù, e nelle iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il personaggio appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, che alcuni si mutavano dall'una all'altra per eredità, per adozione, per una carica assunta, fin per mutato domicilio[243]. I municipj pregavano gl'imperatori o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi vi mandavano de' vicarj.

La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna d'alcune provincie competevano al senato: esso nominava i consoli, i pretori, i proconsoli; attendeva alla riforma delle leggi, talora sovra proposizione de' medesimi imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la nomina de' magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto egli non intese che di riversare su quello i suoi atti odiosi. Quanto l'impero resse, il senato conservò il diritto di censurare e deporre il capo dello Stato se abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non l'esercitò mai se non contro i caduti: condannò Nerone quando già era fuggiasco; esecrò Caligola, Comodo, gli altri quando la morte aveva interrotte le sue adulazioni. Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa la via d'acquistar fuori così sterminate ricchezze, e pure durando le spese e crescendo il lusso, tiravano a meritare la liberalità del principe, o fuggirne l'ira coll'andargli a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente che si mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento.

Eppure la memoria di quel che era stato bastava a renderlo sospetto agl'imperatori, che, buoni e malvagi, s'industriarono a torgli fin la possibilità di ridestare le ragioni antiche; contro patrizj e senatori aguzzavansi i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla spada, esclamava, — Questa mi farà ragione del senato»; l'adulatore diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei senatore»; e l'assassino a Comodo, — Il senato ti manda questo pugnale»; Domiziano protestava non si terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; e volendo avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, manda una volta convocarli in gran diligenza, poi, come sono seduti nella curia, li consulta in qual salsa convenga condire un enorme rombo portatogli dall'Adriatico. Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a crescere l'autorità imperiale a scapito delle magistrature curali: estenuò al senato il diritto di chiarir guerra e pace, ascoltare ambasciatori, e decidere dei re e dei popoli stranieri: ai consoli sottrasse il giudizio di certi affari criminali, sicchè poco più facevano che dare il nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì in gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro la custodia del tesoro, affidolla ai questori, ai quali di rimpatto tolse le prefetture d'Italia che abolì, ed impose il grave obbligo di dare spettacoli gladiatorj quando ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra del trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui s'erano combattute le guerre civili sotto Mario e Silla.

I tribuni non furono meglio che ispettori al buon ordine; e acquistò importanza il prefetto della città, che dal buon governo passò alla giurisdizione criminale, poi proferì in appello sui giudizj ordinarj anche in materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia a quattro consolari; cavalieri romani tenne per segretarj e referenti, e pel proprio consiglio; un avvocato del fisco fece assistere a tutte le cause concernenti l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo semplificò la legislazione; e diede esempio a' successori suoi di riguardar lo Stato come cosa loro propria, e di prendere fidanza a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, come anima del Governo, emanava decreti sotto la presidenza dell'imperatore, e formava una corte d'appello supremo. Al senato dunque che cosa restava? di decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare.

In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da truppe, la depressione nè trovava contrasto nè eccitava lamenti. Accomunati i diritti alle provincie lontane, v'entravano persone stranie affatto alle memorie della libertà e della repubblica, e devotamente riconoscenti agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come fosse divenuto un peso quel che prima costituiva la suprema ambizione; e sotto Comodo si disse che un tale «fu relegato nel senato». Invece dunque di presentarsi custodi della tradizione e tutori della libertà, i padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono l'assoluta padronanza del monarca sopra la vita e i beni. Dione si direbbe scrivesse la sua storia a quest'unico intento; i giureconsulti diedero legale fondamento all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al tempo di Severo potè gettare la maschera, di cui Augusto l'aveva coperta.

Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà privilegiata, promossero le ragioni della comune natura umana, favorirono i peculj de' figliuoli di famiglia e le emancipazioni, ampliarono gli effetti e restrinsero le solennità delle manumissioni, migliorarono la condizione degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò il capo dello Stato operava in senso popolare, col voler tutti eguagliati nel diritto, umiliare i prepotenti, non concedere privilegi a particolari persone, ma erigere alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire la moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta circa i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. Lo zelo degl'imperatori per la giustizia civile riparava a non pochi altri abusi, incuteva salutare apprensione ai magistrati, e avvicinava ognor più il diritto all'equità naturale e al senso comune. In tal modo progrediva l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran nome dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza sotto un unico governo, opposta a quanto praticò l'antichità, e che dovea costituire l'indole delle società moderne.

Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le spese furono a dismisura aumentate dal mantenere un esercito stanziale ed una corte[244], dal pagarsi gl'impiegati, e dalle crescenti distribuzioni di grano; ignorando quegli augusti che il mettere i poveri in grado di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno che non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che siasi perduto il Rationarium totius imperii, dove Augusto avea divisato l'entrata e l'uscita[245]; e fra le divergentissime opinioni, la media darebbe novecentosessanta milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano, principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa dell'impero costare quattromila milioni di sesterzj, cioè ottocento milioni di lire l'anno[246]: or che doveva essere sotto imperatori pazzamente scialacquatori?

Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare tutto l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo compì la misura delle parti orientali, Teodoto quella delle settentrionali in ventinove e otto mesi, Policleto delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo coordinò in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse i regolamenti censuarj. Agrippa, preside a questa grand'operazione, ne trasse un mappamondo, che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia, sicchè ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori delle provincie riceveano la descrizione del loro paese colle distanze, lo stato delle strade grandi e delle vicinali, delle montagne, dei fiumi.

Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il registro delle persone coi loro beni mobili e immobili, bestiame, schiavi, affittajuoli, casiliani, e il numero, il sesso, l'età de' figliuoli: il qual censo dovea rinnovarsi ogni decennio, e serviva di base al riparto dell'imposta. Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita colla morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso doveva notificarsi; e poc'a poco si perfezionò quest'azienda in modo, che il vastissimo impero restava regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola casa[247].