Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i moderni possono levar tanto denaro senza gravissimo incomodo: dall'imposta personale, la più rilevante, rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie romane, che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano a quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la frode, e dove il prodotto diminuisce se la tassa si aggravi.

L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria stabile (numerarium); l'Italia annonaria doveva una prestazione in derrate; dell'ager provincialis era carattere un tributo fondiario, variante di misura e condizione: ma gl'imperatori adottarono una base uniforme; poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere privilegiata. Già anche a questa Augusto aveva imposto gabelle e tasse sulle vendite, e una generale sui beni e sulle persone de' cittadini romani, che da un secolo e mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano le imposte, che gl'imperatori trovavansi costretti ogni tratto a condonare ingenti debiti ai privati. Sulle somme, sopra le quali nasceva litigio, prelevavasi il due e mezzo per cento; tasse imponeansi sui mercati, gli artigiani, i facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche, sull'orina, sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando pagava di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del valore; e grandioso doveva esserne il ritratto quando dall'India si traeva annualmente per ventiquattro milioni di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del valore primitivo[248].

La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per cento, ma non v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. Era destinata a mantenere l'esercito; poi non bastando, s'introdusse la vicesima, cioè un cinque per cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una certa somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. Tra famiglie ricchissime, dove la rilassatezza dei legami domestici faceva spesso ai proprj figliuoli preferire i liberti o gli estranei che avevano saputo blandire le passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero retaggio nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le multe della legge Papia-Poppea contro gli smogliati.

Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne, o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.

Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio, la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per confisca, che s'istituirono procuratori de' beni caduchi per raccorli ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.

Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe, che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene, tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali. Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti del tesoro.

La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de' magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è uomo.

Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.

La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore, non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza; la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le onorificenze erano serbate a cesare.

Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a proporzione degli schiavi ond'era vestito il podere.