Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che, oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini; altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva; un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249].

Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi, mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento. Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma inerzia nostra».

Stese dunque un trattato De re rustica, il cui primo libro discorre dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi, del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti; il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi, tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche agresti per ciascun mese.

Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano, la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato. Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso, un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro, dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra.

Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento. L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso. Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente, considerando come privilegio il passare dall'una all'altra. L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale; e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di vendita e pedaggio, la collazione auraria, così detta perchè pagavasi in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità.

Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria.

Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de' primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome. Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e la giustizia[252].

Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni. Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi il giorno.

Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via, battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India, ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un Periplo dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano.

Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina, venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir, il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli unguenti.