Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto orientale la decadenza.
Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256], anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà; adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto, acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar Rosso.
I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina; e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de' grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali, come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia, Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume, zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni, tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133).
Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che vedremo introdotte.
CAPITOLO XLI. Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.
Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini.
Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.
Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito maggiore.
Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni, come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e ciurmadori.
La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.