Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi».

Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»[259].

Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo abbiamo tre libri Dell'ira, che possono raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; una Consolazione ad Elvia madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie. Trattò del perchè male avvenga ai buoni, essendovi la Provvidenza, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo Della serenità dell'animo, suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella Brevità della vita. Arieggia ai paradossi stoici il trattato Della costanza del savio, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello Gallione della vita beata, si scusa delle ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche sulla beatitudine. I tre libri a Nerone Della clemenza, di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il suo discorso Dei benefizj, tanto aggiungendo ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro Lettere sono altrettante dissertazioni su punti morali.

Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue Quistioni naturali sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni.

I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa. Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè dirette a scientifico intento.

La Storia della natura, sola arrivataci fra tante opere di Cajo Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante, la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti, come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame, e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il pensiero è sottoposto alla materia.

Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito, che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica, non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi; e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.

Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo della lingua latina![260]

Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de' contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che essa abbia a noi lasciato»[261].

Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (confessa, constat) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno; che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe; le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel gran caldo[262].