L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264].
Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti, Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità, e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267]. Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita, egli non conosceva o rinnegava la sorgente.
Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno: ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta; ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato».
Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie varie, massime di geografia, e il suo Polistore ebbe gran corso nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi matematicamente per longitudine e latitudine[268].
L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo (De situ orbis), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.
Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro libri di Stratagemmi, compilazione fra militare e storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di chi sa quel che n'è.
La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica (jatreon) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata medicina contraria, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di dire con Celso: Quos ratio non restituit, temeritas adjuvat. Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a tutti quei della sua professione.
Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj che producessero l'effetto contrario. Pronta, sicura, piacevole doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone[274].