Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275], del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia (Artium) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare gli uomini vivi, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.

Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.

Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.

Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, Per te diacholon, diacholon, diacholon. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse le ricette fisiche e filateriche, perchè i suoi figli potessero farne carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo tre volte: Tetune resonco bregan gresso, e ad ogni volta sputare; oppure: In mondercomarcos axatison. Per l'orzajuolo sull'occhio destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo tre volte: Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput crescat, aut si creverit tabescat. Pel panereccio si tocchi tre volte il muro dicendo: Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere. Per la colica si ripeta tre volte: Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt, sine dentibus comederunt. Prescrive i giorni appunto in cui preparare i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar delle rondini, e come usare il rhamnus spina Christi, di miracolose proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore.

Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (curette) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.

Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia, introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj. Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua patria[277].

Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella Vita de' cortigiani, ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura:

— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori, i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?

«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto, e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti all'orecchio Tu sei di casa, ti toglie quanto hai dinanzi por servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra, passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono, e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare alcuna concubina.

«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando? Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia che basti.