Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»

Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali dappoi sembrarono bellezze[332].

Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.

Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia, i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio, che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, delle proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità, s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma; accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via.

I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo, irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo Giunio Giovenale (42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri, sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione mette a repentaglio la sicurezza proveniente dall'oscurità o dalla scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e' parli da senno o da beffa.

Nelle sedici sue Satire intende abbracciare tutto quel che gli uomini pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti. La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro; e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa passaggio a ritrarre gli artifizj con cui si uccellava alle eredità de' celibi[335].

Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono, tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto, riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci, e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori che gli procurarono l'avventore.

Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando d'indignazione, con amara beffa e stizzoso flagello. Ingegno nello scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano; nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani, per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta: nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio, de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini contemporanei.

Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con modi piani e popolari (sermones per humum repentes), ai successivi fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza, acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori.

Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di noja e di rammarico.