Aulo Persio Flacco (34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione, forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui poesia non è?
Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi il necessario, accumulano per eredi scialacquatori.
Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il vestir bene e l'usare profumi.
Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori, avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato.
Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra' piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità. Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due discorrono saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto, Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo compassioniamo.
Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrisse de corrupto reipublicæ statu quando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie letterarie[341].
Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra Petronio Arbitro marsigliese nel Satyricon (66), misto di prosa e di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è circondato da parasiti, da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli Arabi i profumi; nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi; venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che abbaruffa Cesare e Pompeo.
Il Satyricon è il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini, studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò, aggregandosi a varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe, secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (Floride) ci arrivarono, copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso; eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.
A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi; ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia, che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e sebbene nella Metamorfosi o l'Asino d'oro ne faccia la satira, credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura.
Il concetto dell'Asino d'oro è derivato da Luciano, ch'esso pure lo dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato, finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono l'intenzione di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le abominazioni, quantunque per verità l'XI libro esponga nella loro bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.