Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale, alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse presentato ciò che lo storico suggerisce.

Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica, nomineremo le sue Quistioni romane, ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando Della fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro, fa opera da sofista onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla propria virtù.

Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione!

Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente sotto Marc'Aurelio, nelle Notti attiche compilò ad uso de' suoi figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo, ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae, varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo, deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante, diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.

CAPITOLO XLII. Belle arti. Edilizia.

Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio all'arte espressa coi colori e colle forme materiali. Nella quale non è costume vantare i Romani, avendo essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo l'arricchirsi colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato un Fabio Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna Plinio; Cicerone affetta di dimenticare fin il nome di Policleto[354], e quasi si scusa d'avere, tra le indagini d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele[355], e protesta di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli altri Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta importanza; nè la boria nazionale rattiene Virgilio dal cedere agli stranieri la gloria del ben dipingere, scolpire, arringare[356], purchè si serbi a Roma il vanto di domare i popoli e di dar leggi.

Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto da Etruschi, pel cui mezzo soltanto forse i Romani conobbero quelle particolarità che noi chiamiamo greche, com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. L'acquedotto della via Appia, costruito nel 310, non porge forme architettoniche, andando sotterraneo; ma di quel tempo attorno al fôro si fecero portici per gli argentieri e banchieri.

Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura greca, si cercarono arti da Siracusa, da Capua, dal vinto Oriente. Il tempio dell'Onore e della Virtù, dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse di fregi greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo un pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, che non si entrasse al primo se non passando per l'altro: concetto simbolico. Allora al rozzo tufo vulcanico, detto peperino (lapis albanus), si vennero surrogando il travertino e il marmo: il fôro fu decorato suntuosamente: nel 147 colle spoglie macedoniche, portate da Metello, si eressero il magnifico tempio di Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da Salamina; e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile a colonne.

Durante la seconda guerra punica venne innalzato un tempio a Giunone Ericina, uno alla Concordia; poi quello dell'Onore fuori porta Capena; indi quelli di Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia; poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello alla dea Madre ed alla Giovinezza; posteriormente il tempio a Venere Ericina, e uno alla Pietà nel circo Massimo.

Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti Cristo sul clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i cui archi esternamente si aprono tra mezze colonne doriche; alle quali probabilmente sovrastava un ordine di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa Maria Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra forme vigorose, come il tempietto funerario di Publicio Bibulo sul clivo orientale del Campidoglio. Superò ogni anteriore magnificenza il tempio della Fortuna a Preneste eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò Palestrina. Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il primo e l'ultimo de' quali erano ricreati da serbatoj di acqua: al quarto serviva di pavimento il musaico che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e che Plinio dice il primo lavorato in Italia.