Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si disputò se vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; e poichè le architetture sono più antiche delle greche, e vanno ornate di preziosi bassorilievi e di cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci stabiliti in quell'isola.
Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a Catania, a Gela, a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a Centuripa, relative le più al culto di Cerere e della dea Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto, collo scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di quercia, e con due chimere che ne sostentano il trono; la Venere, uscita dalle campagne di Siracusa, premente col piede sinistro la conchiglia e il delfino, appartengono all'arte più squisita; la Venere Callipiga vince la Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il Giove Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, di Minerva.
Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano le espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, e più tardi degli imperatori romani e bisantini. Pausania ricorda un Ercole in lotta coll'Amazone equestre, consacrato in Messina da Evagora di Zancle; e come, essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro e col sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio per una solennità, in memoria furono poste altrettante statue di bronzo. Quattro arieti dello stesso metallo diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il vento faceva uscirne una specie di belato, che indicava da qual plaga esso vento spirasse: da Siracusa furono trasportati nella reggia di Palermo, ma per quanto si studiasse, mai non si trovò una disposizione che riproducesse quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 furono spezzati.
Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387]. Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di Comodo in veste d'Ercole[388].
Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.
Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero, nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto un illustratore particolare.
Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de' primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco, gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni, rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo, aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle, Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua; attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e dall'Oceano sino al lembo dell'India.
Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi; consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.
Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari, o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove mistagogi, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi, vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea approdò in Italia, quale conservavasi a Roma.
Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro, Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal 1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari: altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo altri, diede Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio, 1784. Infine vennero il Muratori col Tesoro delle iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850) utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni giorno.