Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, è il solo nobile romano che coltivasse la pittura, la quale da Plinio stesso è definita arte morente[383], benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come ad Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore dovunque si mettesse[384]; meschina lode! Quinto Pedio, d'illustre famiglia, era muto, e perciò l'oratore Messala s'accordò con Augusto di fargli imparar la pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito.

Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende fatto col sangue di un drago schiacciato da un elefante morente, in modo che i due sangui si mescolassero[385]; e probabilmente era succo d'una palma.

Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo nelle cave d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà gareggiava con esso il purpurissimo, composto col liquore estratto dai murici che pescavansi in riva al Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro denominato fritta di Pozzuolo, e la porpora.

Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle pareti. Per animali e fiori e dove occorresse maggior illusione, usavasi l'encausto; cioè (se pure fra tante discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con ferro caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di avorio, o stendeasi la cera colorata sopra il legno o l'argilla, ovvero con un pennello intinto in cera e pece si dipingevano tavole. La pittura a fresco non pare fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi le lacche, il bianco di piombo, il minio, l'orpimento, colori consueti degli antichi.

Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi e sulle medaglie, ma rare ne' dipinti; e di tanti che n'ha il museo Borbonico, soli Sofonisba e Massinissa, e la Carità Greca tengono alla storia. Le scene di vita domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte figuravansi sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi ginnastici, e spesso oscenità.

Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è un calcare bianco, leggermente cristallino, senza fossili, del periodo secondario del calcare giurassico: se non per durezza, per candore supera i più belli d'Egitto e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta di Plinio, che lo asserisce scoperto poco prima, e fu adoperato a tutte le opere grandiose, ove prima usavansi il gabinio, l'albano, il tiburtino.

Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è d'un rosso bruno mischiato, constando di silice combinata coll'allumina e la potassa, e molto ferro ossidato, e cristalli di quarzo. Non si sapea donde gli antichi lo traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel 1823 ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque miglia dal mar Rosso all'altezza di Licopoli (Syouth), non lungi dal porto di Myoshormos, in montagne chiamate Porphirites da Tolomeo, ed oggi Gebel Dokhan, cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu poi esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di colore diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, fecero poco o punto uso gli Egiziani nè i Greci: i Romani ne presero passione al tempo di Claudio, e sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente per mano di condannati; e non che colonne, statue, urne, riuscirono a trame anche oggetti fini e galanterie.

Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi gli appartamenti con porfido, serpentino, agate, diaspri d'ogni qualità, e rilevandone lo splendore con macchie artifiziali, e coprendo le pareti di encausto; di modo che non rimaneva campo alla pittura.

Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono i soggetti, o se li desunsero dai fasti patrj, vi diedero espressione allegorica. Forse ad artisti greci vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che sono i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del gabinetto di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; tale quella del gabinetto di Parigi, rappresentante Tiberio da dio colla parentela sua; e la sardonica del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio in sembianza di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, sigilli, coppe attestano la finitezza della gliptica in quei tempi.

Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci la diffusa immoralità. Cessato ogni pudore nella società, ogni scrupolo cessava nell'arte convertita in mestiero, nè ad altro ispirantesi che al gusto dei committenti; i tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi delle mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza maritale doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio ogni tratto rammenta le tavolette impudiche; Orazio dicono ne tenesse tappezzata tutta la camera; a Properzio stesso facea scandalo il trovarne dappertutto[386].