Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto pomerium, che non potevasi nè edificare nè coltivare. Silla e Cesare estesero il pomerio, ma non dilatarono la mura.
Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in quattordici regioni, che erano: Iª al mezzodì la Capena, ove il tempio dell'Onore, quello di Marte Estramurano, le terme di Severo e di Comodo; IIª la Celimontana sul monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea fondata da Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo campo Marzio; IIIª la Moneta nella valle fra il Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove le terme di Trajano e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi vie Suburra e Carina, il Colosseo; IVª la Sacra fra l'Esquilino, il Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di Roma, d'Antonino e Faustina, il colosso di Nerone, gli archi trionfali di Tito e di Costantino, la via Scellerata, la Sandalaria abitata da' libraj, la Sacra dove Orazio solea passeggiare meditando e invanendo[381]; Vª le Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale, coi monumenti del Castrum prætorianum, la casa e i giardini di Mecenate, l'arco di Gallieno, il vivario delle belve per l'anfiteatro; VIª l'Alta Semita sul Quirinale abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino, i tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i giardini di Lucullo, di Sallustio, d'altri; VIIª la Lata, fra il Quirinale e il Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il portico di Costantino ed altri monumenti; l'VIIIª regione era il fôro Romano fra il Capitolino, il Palatino e il Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio, la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia, la colonna Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il tempio di Saturno, il Campidoglio, la cittadella, i fôri di Cesare, d'Augusto, di Trajano, ecc.; IXª il circo Flaminio nella parte più settentrionale, col mausoleo d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo, la Villa pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano gli ambasciatori stranieri; Xª la Palatina col palazzo imperiale; XIª il circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino; XIIª la Piscina pubblica fra l'Aventino e il Celio; XIIIª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati (armilustrium); infine il Transtevere, ove i giardini di Nerone, la Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta divisione durò fino ad oggi.
Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto gl'imperatori, Aureliano la cinse di nuove mura laterizie, quali in molti luoghi si vedono tuttora, all'uopo principalmente d'inchiudervi i nobilissimi edifizj circostanti al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra del fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva verso oriente il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino, il Celio, l'Aventino, e allargandosi per abbracciare monte Testaccio, toccava il fiume; di là dal quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo, fiedeva alla porta San Pancrazio, per scendere alla Settimiana. Non fu quindi più la città de' sette, ma dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto soltanto da papa Leone IV, formando la città Leonina.
Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia di giro, con trentasette porte, che mettevano ad altrettanti sobborghi, e da cui partivano trentuna strade militari. In quel ricinto contavansi ventotto biblioteche, otto ponti, otto campi, dieci terme, venti acque, diciotto vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due colossi, due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue grandi cavalli, sette Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, trentasette archi di marmo, quattrocenventitre vichi, quattrocenventidue palazzi (ædes), mille settecentonovanta case maggiori, quarantaseimila seicentodue isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in fallo, non potrebbero intendersi che le case minori; ducentonovanta granaj, ottocentocinquantasei bagni, mille trecencinquantadue pozzi, ducencinquantaquattro forni, quarantasei lupanari, quattrocento cloache, cenquarantaquattro latrine.
Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano per mercati diversi (venalia), gli altri per gli affari (civilia et judiciaria). Il più antico era il Romano, ove si teneano le arringhe sulla tribuna ornata dei rostri tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di Cesare, presso campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto nel suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato di doppia galleria, colle statue de' re latini da un lato, de' re romani dall'altro. Domiziano cominciò quello di Nerva, dove poi Alessandro Severo pose colossi degli imperatori e colonne di bronzo.
Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, formati di colonne che sostengono un soppalco, disposte a più schiere; talvolta erano indipendenti da qualunque altro edifizio; da poi si chiusero con ricinti, e presero nome di basiliche. La prima basilica pubblica si edificò sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde fu detta Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne costruirono tre nuove, vicino al fôro, poi altre altrove, e anche per tutta Italia. Servivano ad usi pubblici, come di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un semicircolo o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia curule, circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. Dieci n'aveva in Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, la Matidia, la Marciana, la Vascolaria, la Floscellaria, quelle di Paolo e di Costantino, e di tutte più famosa la Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi descritta.
Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre essere la metropoli del mondo, Roma serviva di modello anche alle altre città dell'impero; sebbene non sia dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e campidoglio, colle forme e coi nomi medesimi della capitale.
E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse restato altro che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari: ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto. Più maestro che artista, più ingegnere che architetto egli si mostra, nè di gran valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si ricordi da lui architettata.
Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, egli pensò ridurre in corpo compiuto quella scienza, e ciascuna parte in singoli libri. E secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri dell'architetto e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i materiali; nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente dell'ordine jonico e del corintio; nel quinto reca la disposizione degli edifizj pubblici; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi onde abbellire ed assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili alla vita, come il peso specifico, la costruzione delle meridiane, i rapporti del diametro col circolo, del lato colla diagonale del quadrato; il decimo discorre delle macchine sì per fabbrica, come per elevar l'acqua e per la guerra.
Ma il Trattato d'architettura qual oggi l'abbiamo, è probabilmente una compilazione, poco diversa da quella di Plinio, fatta da qualcuno mal pratico, e che non avea visto co' proprj occhi i monumenti di Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato che le figure che accompagnavano il testo siano perdute[382]. Scarso di critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spesso oscuro anche per minutezza di particolari, a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, va consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj ancora riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi a' suoi precetti, è certo che, oltre le squisite notizie, di ottimi egli ne desume dall'osservazione. Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e disinteresse; ed egli medesimo si fa amare per la candida intenzione con cui scrive.