La casa in generale non avea finestre o pochissime, e queste piccole ed alte; talora chiuse con pietre speculari, o con vetri molto grossi e non trasparenti[375].

Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il cortile, da cui le camere riceveano luce per mezzo delle porte: le camere spesso non erano divise che da traversi o da cortine. Nella biblioteca poneansi le effigie degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera[376].

Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi e mangiavasi, e attorno a quello si raccoglievano i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio si tenne un foculo o braciere, dove mettere incensi ai lari[377]: talvolta riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o sotto al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare si aveano appartamenti sotterranei, che ne' palazzi erano estesi, con molti corridoj e pitture a fresco e fregi a stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di grotteschi.

Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi n'ebbe Mecenate; e forse a quei di Lucullo presso Napoli servivano la Piscina Mirabile di Miseno, e la nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio che quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi ombre, variare l'esposizione, intrecciare labirinti, distribuir acque, e nel ridurre le piante e i cespugli, massime di càrpino e di bosso, in figure d'animali o di lettere (ars topiaria); della quale invenzione si attribuiva il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca inveiva retoricamente contro questo dover gli alberi cacciare le radici ove a stento avrebbero innalzate le chiome[378].

Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove passeggiare discorrendo (gestatio), e l'ippodromo per le corse a cavallo. Nè ignoti erano i tepidarj, dove correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi e rossi, le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli alberi da frutto. Coltivavansi pure delle piante bulbose, il croco, il narciso, il giacinto, le iridi. A taluno erano unite uccelliere, e Alessandro Severo n'ebbe una che conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani, pernici, altra selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con ingenti spese.

Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava l'ergastolo, destinato a chiudere gladiatori, atleti, schiavi. I primi, come ben nudriti, così è a credere fossero anche ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la sera in tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli, come indica il nome, servivano pei lavori forzati, e in città n'avea di molti; e talora i passeggieri venivano côlti, e gittati a lavorare in quelle tane, senza che più se ne sapesse.

Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le sole mantenute a pubbliche spese, e che legalmente doveano farsi larghe non più di otto piedi romani, che sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove l'angustia appena permetteva il cambio de' carri, e dove piovendo correva il rigagno. Sulla strada s'aprivano le botteghe, e spesso in una tutte quelle d'un esercizio, come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti di stoffe; nella via Sacra i venditori di minuterie domestiche, di ossetti d'avorio, di tavolette da scrivere, di stipi di legno prezioso, dadi e tavole da giocare. Nel 175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma, di ghiaja le esterne, e con margini rialzati[379].

La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena un miglio quadrato, colle porte Rumena, Capena, Magonia. Numa Pompilio estese quel recinto, inchiudendovi il colle Capitolino e la parte più prossima del Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta Scellerata dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo Ostilio cinse anche il Celio per istanziarvi i vinti Albani; poi Anco Marzio collocò i Latini sull'Aventino, murandolo. Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro, palude nell'avvallamento tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio; e meditava una nuova cerchia di mura, che fu poi compita da Servio Tullio, aggregando il resto del Quirinale, e i colli Viminale ed Esquilino, sicchè vi furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo ergevasi di là dal Tevere a guisa di cittadella.

La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava sul ciglio dei colli: cominciando sulla sinistra del Tevere al fôro Olitorio presso il teatro di Marcello, e seguendo il lato settentrionale della rôcca Capitolina, scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta di questo verso le Quattro Fontane, donde secondava il colle lungo il circo di Flora, piegando poi incontro alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava l'aggere su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin all'arco di Gallieno, ove esso argine terminava. Allora, sceso l'Esquilino, la mura rimontava sul Celio presso al Laterano; indi per la sommità meridionale del colle, dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle tra il Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a raggiungere il fiume là dov'erano e sono tuttora le conserve del sale. Di là dal Tevere le mura staccavansi dal fiume in due linee rette per congiungersi colla cittadella gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il giro di otto miglia, o precisamente 12,500 metri[380].

Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana presso il fiume; la Trionfale, donde entravano i vincitori pigliando la via Sacra verso il Campidoglio; la Carmentale; la Rumena alle falde del Campidoglio; una di nome incerto, sull'altura occidentale del Quirinale; un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio; la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le Quattro Fontane; una presso gli orti Sallustiani; la Collina, da cui partivano le vie Salaria e Nomentana, e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la Viminale nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di Gallieno, donde moveano le vie Prenestina, Labicana, Tiburtina; la Mezia, poco discosta; la Querquetulana sulla via Labicana presso i Santi Pietro e Marcellino; la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde si usciva al bosco della dea Ferentina, oggi Marino, convegno dell'assemblea dei popoli del Lazio; la Capena, da cui partivano le grandi strade Appia e Latina, aprivasi nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle vie Aventina e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj, ricovero de' malfattori; la Radusculana sotto la chiesa di San Saba, alla falda meridionale dell'Aventino; la Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al bastione di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè avea tre fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte.