Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini, di cui erano principali quelli d'Emilio, Cesare, Mecenate, Livia, Sallustio, Agrippina. Plinio rammenta Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che inventò d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che evaporando scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con zampilli, erano sparse le rive dei laghi d'Albano, di Nemi, Lucrino, Fùcino.

Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino le paragona a provincie (in modum provinciarum extructa lavacra); ed occupano ancora grandissimo spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni, servivano ad esercizj ginnastici, giuochi, accademie, altre riunioni: le ornavano preziosi capidarte, e vi furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora, il toro Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano, e quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che sta in piazza Santa Trinità a Firenze, è una delle otto che sorreggeano la sala di mezzo. Più vaste erano le terme di Diocleziano, con portici e sale capacissime, di cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava solo un membro delle terme d'Agrippa; e i rabeschi di Rafaello nelle loggie Vaticane imitano quelli delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda di venti metri di diametro interno, a volta elittica.

Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti, che talvolta erano decorati di statue e d'archi trionfali: ed otto ne avea la sola Roma[371]. Poco capaci erano i porti, destinati a navi ben più piccole delle nostre; ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine formavano un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose, Claudio eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano aggiunse un bacino esagono di ducensessanta metri il lato, cinto di colonnette di marmo numerate, per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro. Quel che chiamano ponte di Caligola, sono avanzi del molo a traforo che dovea proteggere l'antico porto di Pozzuoli.

All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema riusciva il costruire strade; e alcune avanzano tuttora ad attestare quanto meritassero l'antica rinomanza (pag. 573). Partendo dal miliario aureo, collocato in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin alle colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando valli, accavalciando fiumi, spianando alture, forando montagne, perchè questa gran catena connettesse alla metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre, legati con calce e pozzolana; poi un miscuglio di calcina, creta e terra, e talvolta anche di ghiaja e calcistruzzo; indi ciottoli o pietre poligone informi, e nelle città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava, connessi con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a filo e con marciapiedi.

Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale: la prima, cominciando ad oriente del fôro Romano, dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino e Faustina, e per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio Severo saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori lungo i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal ponte e dalla Trionfale venivano alla via Retta, al Campo Marzio, al teatro di Pompeo, al circo di Flaminio, ai teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo; piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano sulla via Sacra, donde al Campidoglio. Le statue rapite alle nazioni vinte, quelle dei re trionfati, de' grandi uomini e degli Dei contornavano que' magnifici cammini. Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli ordini e gli eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto ne contava la sola Italia, nove la Sicilia, sei la Sardegna, una la Corsica.

L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso vi diedero il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe; più tardi a curatori speciali: le spese erano decretate dal senato, o da individui che ne traessero vantaggio, o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco avea fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da Roma o dai punti principali; e lungh'esse situavansi pure i sepolcri, in vista, anziché sotterranei come quei de' prischi Italioti. V'erano anche cauponæ e tabernæ, ma forse ad uso soltanto della poveraglia: del resto quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi; prima d'arrivare al ponte di Campania, pernottò in una villa, dove i provveditori imperiali lo fornirono di legna e sale, secondo il loro dovere; in un'altra villa presso Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una fanciulla[372].

Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento, cioè un parallelogrammo, per lo più di un quadrato e mezzo, tagliato pel lungo e pel traverso da una o due strade; e tali possono riscontrarsi i primitivi piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta, Torino; Verona forma un quadrato.

L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva un'isola; il complesso di alquante isole, un vico; e molti vichi, una regione. Solo i gran ricchi potevano abitare un'isola intera, massime da che il crescente lusso delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque appigionavano le case; e Marziale abitava a un terzo piano[373]; Silla, non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno di pigione: ma Cicerone parla fin di tremila sesterzj o seimila lire per un appartamento.

Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana e la greca, erano due parti distinte; una per uso particolare del padrone, una pel pubblico. Il vestibolo oblungo (protyrum) menava dalla strada in un cortile interno (cavedium), scoperchiato nel mezzo. Le acque piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo spazio scoperto (compluvium) cadevano in un bacino rettangolare (impluvium), spesso decorato d'una fontana. A destra e a manca del cavedio disponevansi le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte (tablinum) conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia, e il padrone vi riceveva i clienti, che aspettavano il suo arrivo passeggiando nel cortile o seduti in salotti (alæ): corridoj (fauces) mettevano all'interno della casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai Greci; e distinguevansi in toscani quando i tetti fossero sostenuti solo da travi murate; tetrastili quando avessero quattro colonne poste sotto ai punti d'intersezione delle travi; corintj quando le colonne fossero di più; displuviata quando il tetto pioveva all'infuori; testudinata se affatto coperti.

Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso; guaj l'inciamparvi! vi si scriveano parole di felice augurio, o teneansi pappagalli e gazze che le ripetessero. Sovra la porta collocavansi ornati e segni del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni. Gli usci talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni, mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o di solennità ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti vi sospendeano fiori; i cipressi indicavano la morte. Eccetto quelle dei tribuni, stavano chiuse, nè vi s'entrava senza bussare: nelle case ricche tenevasi il portiere, incatenato come i nostri cani. Oltre la principale, s'avea qualche porta di dietro (postìca), che riusciva negli angiporta o vicoli. Di rado si trovano scale, e queste di pietra o di legno come oggi, fissate nel muro e per lo più buje; onde la frequente frase d'ascondersi in scalis, o in scalarum tenebris[374].