La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra cui un arco di trionfo, e la basilica Ulpia. A questa, dopo cinque gradini di giallo antico, si entrava da mezzodì per tre porte, ciascuna con portico: quattro file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento di marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di marmo bianco; la soffitta di bronzo, e attorno statue. Architettolla Apollodoro di Damasco, al quale pure attribuiscono l'arco di Ancona portante la statua equestre dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi altrove lodato.
Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo esercitavasi, trasportava o faceva copiare quanto vedeva negl'incessanti suoi giri; di molti edifizj abbellì Roma e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La Mole Adriana, ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali sosteneva una statua, e sulla sommità una quadriga coll'effigie dell'imperatore, di tali dimensioni, che un uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo. Aggiungono fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere a fascio col miracolo di Detriano architetto suo, che dicono trasportasse da luogo a luogo il tempio della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente si piacque Adriano di abbellire la villa di Tivoli, che copriva un giro di dieci miglia, con due teatri; il marmo v'era profuso, formandone persino letto al lago, nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo materiale dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia, oltre un'immagine degli Elisi; statue d'ogni paese, divinità babiloniche, sfingi egiziane, numi greci, idoli etruschi, vasi corintj; chi sa se anche bassorilievi indiani e porcellane della Cina?
Sull'esempio di questi imperatori, privati e città s'abbellirono di edifizj: e i più degli insigni che onorano quasi ogni città provinciale, vanno ascritti a quell'età; come gli anfiteatri di Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba, Verona, Capua, Pola d'Istria; i tempj di Assisi, di Todi, di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello scoperto poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio a cavallo, posto sulla piazza del Campidoglio, e la colonna Antonina, quantunque scapiti da quella di Trajano per la distribuzione dei gruppi e per l'esecuzione delle figure, mal compensate da alcuni concetti felici, com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno scudo, separa le guerre germaniche dalle marcomanne. Per imitazione si eseguirono statue di stile greco antico, altre di granito rosso all'egiziana: ma che si sapesse disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue di Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto il costui nome si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono le teste nelle monete de' Giulj e de' Flavj, e ingegnosi e ben eseguiti i rovesci.
Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti. Gli Antonini le neglessero per la filosofia: però il Pio dispose a Lanuvio una villa, della cui splendidezza ci dà saggio una chiave d'argento per l'acqua dei bagni, pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò di rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse molte fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e inventò l'intarsiare marmi di vario genere[367].
Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo fu eretto a onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e degli Arverni, 139 anni avanti Cristo: dappoi per vittorie, per benefizj, per adulazione si moltiplicarono; quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma, e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come quelli di Costantino e di Settimio Severo. Mirabile semplicità mostra quello di Susa per Augusto; e forse n'è contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre. Altri ne sono sparsi per Italia[368]. I bassorilievi del Settizonio di Settimio Severo sono mal condotti, sebbene lodevolissima la sua statua di bronzo, ora nel palazzo Barberini.
I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla sola testa, dappoi talvolta sono busti armati con corazze a trofei, vittorie, leoni, quali il Lucio Vero del Vaticano e uno della villa Albani; talaltra togati, come il Claudio nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli Uffizj di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano, e il Caligola della villa Borghese, han la toga sul capo. Ve n'ha a cavallo; ve n'ha in trono, come la statua di Cervetri e il Tiberio del museo Chiaramonti; ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti, come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui piede vuolsi fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei Grimani a Venezia. Al dechino delle arti prevalsero i busti colle spalle e parte del torace, alcuno anche colla mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea circolare. Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici: han barba e capelli inanellati col trapano, e alcuna volta con marmo di vario colore, come anche le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj studiati con affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel triviale. Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò la scoltura romana, conservando l'individualità.
Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano migliori delle greche, riduconsi rozze e grossolane: pure ne restano di bellissime, massime di Gallieno e di Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo. Avendo sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a quando taluno porre studio in quelli per modo d'emularli; fatto isolato, e che nella storia dell'arte convien distinguere bene dal vero progresso.
Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia e pei costumi, giovò per le arti. Mentre la scoltura romana è pesante, fredda, secca, copiaronsi con felicità gli originali greci; e v'ha chi crede che i capolavori tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti, sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione dell'originale vi si senta l'inferiorità del copista. Non conservavasi nè la grandezza a Fidia, nè la grazia a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo o nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu cancellata la realtà, scomparvero i muscoli, mentre insigne è il concetto: la Venere Capitolina da certe configurazioni si conosce modellata sopra una romana, ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi ammiransi tanto le opere romane, chiunque viaggiò la Grecia e l'Asia Minore sa come scapitino a paragone delle indigene.
All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano le opere di genio civile, e massime intorno alle acque. Già 115 anni avanti Cristo, Emilio Scauro asciugava le paludi del Po con canali tra Parma e Piacenza; vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine, e Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia; a tacere i lavori fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di voltare nella Chiana l'Arno, che prima affluiva nel Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia come i Romani non provvedessero a incanalare questo fiume, che spesso allagava la loro capitale, e fin dodici volte nell'anno 22. Nerone cominciò un cavo arditissimo, che per censessanta miglia dal lago d'Averno doveasi congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine[369]. Cesare tentò, Claudio compì lo scolo del lago Fùcino nel Liri per l'emissario più grandioso d'Europa, per 5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con muri ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè sapevasi tenere la drittura altrimenti che coll'aprire spiragli in cima.
Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde urbs pensilis la chiamava Plinio; mentre file immense di archi reggeano le doccie che da molte miglia lontano guidavano l'acqua, e che ancora colle loro ruine interrompono pittorescamente la spopolata campagna romana. Il primo acquedotto, fatto a studio di Appio Claudio il 311 avanti Cristo, portava l'acqua da otto miglia lontano: per quarantatremila passi, sorretto da settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato, di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da Subiaco, per sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla quale si congiunsero poi la Tepula e la Giulia. Frontino, che al tempo di Trajano descrisse gli acquedotti, conta che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600 metri cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine, dovuta ad Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor di terra, con quattrocento colonne marmoree e trecento statue, alimentava centrenta cisterne[370]. Era uno sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse giungere ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a torto Frontino anteponeva queste opere alle piramidi egiziane. Di simili restano vestigia in altre città dell'impero; e delle più insigni era l'acqua Claudia, che per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva molte città e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile presso il capo Miseno, gran serbatojo per le navi.