Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non solo della Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie e dell'Egitto, pure nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero trarne gran profitto; di modo che le fabbriche non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica, distando appena la lunghezza d'un'imposta di marmo o d'una trave, non era possibile avventurarsi a vasti edifizj, nè variare le forme.

Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali la vôlta, che fa già buon uffizio nelle nostre città pelasgiche, e che curvossi sopra ai meravigliosi acquedotti e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro che bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo dell'architettura romana; progresso importante, giacchè con esso possono concatenarsi piloni e pareti ben più distanti, coprire vaste aree con tetti solidi quanto facili, ottenere variato movimento di linee allo interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o attorno ad una circolare aprirono emicicli, coperti da mezze cupole; ora di intere ne formarono con archi concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; voltarono la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; fecero aperture sopra aperture. E l'architettura romana appunto trae un carattere proprio, forte e potente, dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco. Anche quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, dall'una all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con un finto architrave. Pertanto al colonnato non diedero perfezione intrinseca, nè seppero unificarlo colla volta; mentre il rispetto agli esempj greci toglieva di fare che tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi meglio, come poi si fece nell'architettura gotica.

Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono l'indole romana, così da uscirne un'arte originale, dove le parti dedotte dalla greca da essenziali riducevansi ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le vittorie? commettevasi agli architetti d'accordare queste parti antiche col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal s'affaceva coll'arco, nè il tetto angoloso colla convessità della cupola: i triglifi e i dentelli perdevano significato, dacchè entro non v'avea le travi, di cui figurassero la sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava continuo, presentando la retta e il pinacolo formato dalle pendenze del tetto, qui cambia destinazione, e talvolta appare sotto al cornicione, o sovrasta ad una porta, a una finestra, a una nicchia; invece di un grandioso facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci era il canone non solo per misurare l'edifizio, ma per caratterizzarlo, non restò più che un ornamento, destinato ad interrompere la continuità del muro che dovea sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, talora altissimo, come negli archi di trionfo, sminuendo di figura come d'importanza: nel Panteon la troviamo posta nell'interno d'un arco, indipendente da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei pilastri, adoprati non solo come teste al modo greco, ma tutt'al lungo della parete: o, come vedesi a Pompej, le colonne erano mutate da un ordine all'altro col rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento delle proporzioni.

E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi al capriccio o al bisogno, di rado i Romani lo adoperarono, attribuendo questo nome ad uno cui ne aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello jonico levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta: ai due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo il capitello jonico, formarono il composito: l'ovolo fu tronco in alto, e i dentelli schiacciati al basso: i capitelli vennero ornati con varietà; or alle volute e ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo posare dei grifi, come in uno a San Giovanni Laterano; o riempiendolo di frutti, come in uno a San Clemente; o di trofei e vittorie, come in uno a San Lorenzo; o facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi. Gli ordini stessi si mescolarono, e nel teatro di Marcello il cornicione jonico imposta su colonna dorica; nel Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro.

Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di scolture e di fregi, con capitello e base semplicissimi, cede in ricchezza ed eleganza ai greci quanto li vince in solidità. D'altra parte si formò l'ordine composito o trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute alzantisi dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico, allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice di dentelli; le membrature della trabeazione richiede più varie ed ornate, con mensole e modiglioni, sporgenti per sostenere il fastigio. Il tempio di Milasso nella Caria, ad onore d'Augusto e della dea Roma, è per avventura il primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del qual genere serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli.

Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si scostavano mai dal possibile e dal concetto originario della capanna di legno, accademica origine delle costruzioni, i Romani non volessero brigarsi di queste minute convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole preferendo al sistematico. E da Vitruvio impararono i pedanti a chiamar difetto ogni deviazione da regole prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò assai più che non la greca colle linee rette, le superficie piane e le forme angolose; anche imitando v'improntò il genio proprio, sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza e solidità. Di rimpatto vi mancano la perfezione delle linee, le delicate relazioni delle parti, l'armoniosa simmetria del tutt'insieme: e fin nel Panteon, ch'è de' più corretti, all'angolo del frontone si desidera la dolcezza con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali del triangolo[363].

Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio ergeva al suo antecessore è sregolatamente largo, sostenuto da piloni di muro, con due magre colonne, e dall'una all'altra un frontone mal impostato: quel di Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato fra i pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono di inette modanature; in quel di Tito le colonne alzansi fin a nove diametri e mezzo. Ben presto vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le colonne fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero colori luccicanti, che non devono più parere un imbarbarimento dopo che si trovarono ne' monumenti migliori di Grecia. Ludio le pareti delle case caricava di paesaggi e vendemmie e scene campestri, unendovi ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei bagni di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto degli imperatori dovette pregiudicare alle arti: Tiberio piacevasi di oscenità; Caligola abbatteva le teste degli Dei per sostituire la propria, e fece ritagliare da due quadri la faccia di Giove per inserirvi quella d'Augusto; Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi. Pure conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime di pensamento e di condotta: e il busto di Seneca del museo Borbonico, probabilmente contemporaneo dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel filosofo visse, è una delle più belle fusioni.

Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio, collocò la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita da Coo, e stimata cento talenti, modello della bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di Nerone (pag. 111) abbracciava parte del colle Palatino, del Celio e dell'Esquilino: cominciava da un vestibolo, cinto da tre lati di portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano prati, vigne, foreste: dappertutto oro, pietre, perle: alle sale da mangiare faceano soffitta tavole d'avorio mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed acque odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte come il mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono portate dal solo tempio di Delfo[364], tra le quali forse apparivano le famose dell'Apollo di Belvedere e del Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore era opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di Grecia, e i magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme per arricchire quello della Pace.

Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima non si faceano gradini da sedere: ma Pompeo li fece tollerare col mettervi in cima un tempio di Venere, sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle scalee di questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo o Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò schiavi, forma un'elissi, svolgentesi nell'interno per ducentrentanove metri, col ricinto esterno appoggiato sopra ottanta archi, che in quattro ordini architettonici sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili, pure marmorei, da capirvi quasi novantamila spettatori: sessantaquattro vomitorj danno sfogo alla moltitudine: corridoj e scale erano distribuiti di maniera che ognuno potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal sole e dalla pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano, e spesso profumavano l'aria: altr'acqua era guidata nell'arena in rigagnoli imitanti la delizia dei giardini, o dilagavasi per opportunità di conflitti navali: di sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei, che ai dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per le fetide esalazioni dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo, mille anni più tardi, temendo non divenisse cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime pei palazzi Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure quelle sublimi ruine ancora rendono attoniti[365].

La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro metri indica di quanti il monte Quirinale si fosse spianato per formare il fôro circostante, è la prima di tal genere che si conosca, imitata da tutte le seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in trentaquattro rôcchi di marmo lumachella, fissati con arpioni di bronzo: al terrazzo, che sulla sommità circonda la statua dell'imperatore, si ascende per centottantadue scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e la solidità de' gradini mostrano come si ebbe riguardo alla durata; e il tempo ne fece ragione. La fasciano ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono duemila cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero unico, raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore contro i Daci, e illustrano i costumi di Roma e de' suoi alleati e nemici: capolavoro di composizione, ove sono espresse all'occhio le operazioni militari più importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni; in tanta moltiplicità e piccolezza facendo variatissime le fisionomie, e ciascun popolo distinto per vestire ed armi particolari, oltre all'espressione di trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di trofei, aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con tale armonia delle particolarità, che formò la meraviglia e lo studio di Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di Polidoro da Caravaggio[366].