In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393]. Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche la circondano.
Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre, simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici, anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo. Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico; soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un mastino alla catena coll'iscrizione cave canem. Dal corridojo passi nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe' forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca; un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso pitturato: di sopra era il gineceo.
Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali; i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante; leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS, che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395], spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri.
S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l'album ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite, aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici, anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra, ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.
Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci tramandasse[396].
Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia, dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti funerei[398].
Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de' ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori, non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri, oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si voglia il denaro acquistato con libero lavoro?
Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi nella scuola del passato.
FINE DEL TOMO TERZO