La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel 1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese 1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'Onomasticum Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt Jo. Gasp. Orellius et Jo. Georg. Raiterus, professores turicenses, 1837. È in corso un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner, curata da Reinh. Klotz.

[53]. Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si praticava: Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare? Ad fam., VII. 18.

Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico di scrivere in vece sua: Tu velim et Basilio, et quibus præterea videbitur, conscribas nomine meo. XI. 5. XII. 19. Quod literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode. XI. 7; e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo: Hoc manu mea. XIII. 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI. 19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso».

Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma. In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale, poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi, come appare nel codice Giustinianeo De lege Cornelia de falsis, lib. XI. tit. 22.

[54]. Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte, solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò lex satura una legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per saturam, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce: Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et Ennius.

[55].

... Arctis

Religionum animos vinclis exsolvere pergo.

Lib. IV.

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