[195]. Più di mille cinquecento ce ne rimangono da Augusto a Costantino. A domande rispondono colle epistolæ, literæ: sulla petizione fanno una subscriptio, adnotatio, che chiamasi sanctio prammatica se diretta ad una città o ad un corpo; constitutiones personales si dicono propriamente le concessioni di privilegi: decreta o interlocutiones sono decisioni di cause portate in appello all'imperatore o al suo consiglio: mandata sono gli ordini dati dall'imperatore ai governatori delle provincie: edicta gli ordini diretti al popolo.

[196]. Tali le Receptæ Sententiæ di Paolo.

[197]. Talvolta in ciò degenerano in minuzie, come si vede nei frammenti trovati nella biblioteca Vaticana il 1823.

[198]. Antistius Labeo, ingenii qualitate et fiducia doctrinæ, qui et in cæteris sapientiæ partibus operam dederat, plurima innovare studuit: Atejus Capito, in his quæ ei tradita erant, perseverabat. Pomponio, Dig. lib. I. tit. 2. l. 2.

Avendo Tiberio in un editto usato una parola non latina, qualche senatore, desideroso di far pompa di libertà ove non portava pericolo, sorse a rinfacciargliela. Capitone sostenne che, quantunque mai non si trovasse usata, si dovesse però mettere fra le latine sull'autorità di Tiberio. Un Marcello replicò che Tiberio potea dare la cittadinanza agli uomini, non alle parole. Magnanima opposizione!

[199]. In capo alle Pandette si suole stampare il catalogo degli autori di cui si valse Giustiniano, cavato dal famoso manoscritto del Digesto conservato a Firenze. Da Alessandro Severo a Giustiniano tre soli giureconsulti vi sono citati, Arcadio Carisio, Giulio Aquila ed Ermogene, forse autore del codice che porta il suo nome.

[200]. È inserito nel Digesto, lib. I. tit. 2.

[201]. Fra' molti manoscritti ond'è ricca la biblioteca del Capitolo di Verona, e di cui diede il catalogo Scipione Maffei nella Verona illustrata, trovavansi alcuni fogli di pergamena, che quel dotto antiquario giudicò formar parte d'un codice o di qualche opera d'antico giureconsulto, e ne esibì il fac-simile. D'allora più non se ne parlò, fin quando Haubold nel 1816 stampò a Lipsia una Notitia fragmenti veronensis de interdictis. Niebuhr, venuto a Verona, trasse copia del frammento de præscriptionibus, e d'un altro sui diritti del fisco; esaminò varj manoscritti, e singolarmente le epistole di san Girolamo, riconosciute per palinsesto da Maffei e da Mosotti, ma non mai dicifrato: e al modo che sotto la storia poetica di Roma leggeva la vera, scoprì sotto la scrittura quanto bastasse per convincersi che era l'opera di un giureconsulto; e applicando l'infusione di galla a un foglio, lo lesse. Ne informò Savigny, ed insieme proclamarono sui giornali la scoperta, mostrando che il frammento de præscriptionibus apparteneva agli Istituti di Gajo. L'Accademia di Berlino spedì a Verona nel 1817 i signori Göschen e Bekker, i quali, superando le gravi difficoltà che a chi vuol il bene oppongono coloro che fare nol vogliono o non sanno, giunsero a trascrivere nove decimi del libro; il resto era illeggibile. Il manoscritto componevasi di centoventisette fogli; la scrittura più recente in majuscole esibiva ventisei epistole di san Girolamo; la primitiva, elegantissima, gli Istituti; e fra questa e quella una terza stendevasi per un quarto del manoscritto, contenente epistole e meditazioni d'esso santo. Onde la membrana fu raschiata tre volte; eppure offre il testo più compiuto, sebbene difficile ed ostinato lavoro esigesse il leggerlo. Niebuhr e Knopp credono la scrittura anteriore al regno di Giustiniano. La prima edizione ne fu fatta a Berlino il 1820. Bluhm tornò a collazionarla col testo di Verona, e ne fece un'edizione princeps nel 1824.

[202]. Costituzioni del 321 e 327, scoperte dal Maj nel 1821.

[203]. Instit. lib. I; Dig. De just. et jure, l. 1; De reg. juris, l. 33.