Postumio nelle Gallie associossi Pianvonio Vittorino, resistendo a' replicati attacchi di Gallieno, e vincendo un Lucio Eliano, erettosi imperatore a Magonza; ma non volendo assentire ai soldati il saccheggio di questa città, fu trucidato col figlio. Servio Lolliano che gli successe, cadde ucciso per istigazione di Vittorino (266), che restò unico padrone delle Gallie, finchè un marito oltraggiato non lo scannò. Erasi egli destinato successore il figlio: però i Galli, sdegnando obbedire ad un fanciullo, elessero Marc'Aurelio Mario, armajuolo di forza e valore straordinario; ma, tre giorni dopo, un suo garzone gli confisse la spada nel cuore, dicendo: — Fu fabbricata nella tua fucina». I soldati gli surrogarono Pesuvio Tetrico, senatore e consolare, che restò in possesso della Gallia, Spagna e Britannia. Questi efimeri erano elevati ed abbattuti da Vittoria madre di Vittorino, che a Gallieno opponeva virile coraggio e immense ricchezze.
Anche Odenato, che, pel merito d'aver conservate le provincie orientali, era stato da Gallieno assunto socio all'impero, e che continuava prosperamente contro i Persi, mentre accorreva per riparare alle invasioni dei Goti fu assassinato ad Emesa da un suo nipote (267); e in nome dei tre figli che lasciava, governò la sua seconda moglie Zenobia, forse complice dell'assassinio, col titolo di regina d'Oriente e colle insegne imperiali.
Acilio Aureolo, generale di Gallieno nell'Illiria, era stato obbligato dall'esercito ad accettare la porpora, e passate le Alpi, battuto l'esercito imperiale sull'Adda fra Bergamo e Milano, ove gettò un ponte che ancora conserva il suo nome (Pons Aureoli, Pontiròlo) (268), occupò Milano. Quivi assediava Gallieno, quando una congiura tolse questo di vita, nel decimoquinto anno di regno, trentesimoquinto d'età. Sulle prime i soldati voleano vendicarlo, poi vinti a denaro il dichiararono tiranno; il senato lo pubblicò nemico della patria, fece trabalzare i suoi amici e parenti dalla rupe Tarpea, poco dopo lo deificò.
Il suo fu de' più infelici tempi che la storia ricordi; tutto guerra dal Nilo alle Spagne, dall'Eufrate alla Bretagna; orde di Barbari irrompevano, gli schiavi agricoli insorgevano, i tiranni faceano a chi peggio: e poichè ogni nuovo che saltasse su, doveva profondere coi soldati, bisognava smungesse il popolo; come in ogni Stato nuovo, commetteva vessazioni e crudeltà; poi rapidamente cadendo, avvolgeva nelle ruine l'esercito e le provincie. Talvolta ancora questi istantanei signori davano mano ai Barbari per sostenersi contro i rivali; sempre la loro disunione ne fomentava le correrie. La fame e la peste durata dal 250 al 65 faceano del resto; poi tremuoti, eclissi di sole, cupi muggiti della terra accrescevano lo sgomento dei popoli.
A un impero costituito sulle armi, dalle armi potea derivare qualche ristoro: e ne arrestò di fatto il tracollo una serie di prodi imperatori, venuti dall'Illiria dopo di tristi venuti d'Africa e di Siria. L'esercito acclama Marc'Aurelio Claudio (268), come il più degno di sostenere il nome e la dignità imperiale; e i senatori lo confermano, adunandosi nel tempio d'Apollo: — Augusto Claudio, gli Dei ti conservino per noi (ripetuto sessanta volte). Te o un par tuo noi abbiamo sempre desiderato (quaranta volte). Tu padre, tu fratello, tu amico, tu senatore eccellente, tu vero imperatore (quaranta volte). Tetrico è un nulla avanti a te (sette volte). Liberaci da Aureolo, da Zenobia, da Vittoria (cinque volte)».
Quest'illirico, acquistato il trono senza delitti, continuò l'assedio di Milano finchè vi prese Aureolo, e ne concesse la morte alla domanda del suo esercito; sconfisse i Germani inoltratisi fino al lago di Garda: ma Tetrico si sostenne nella Gallia anche dopo morta Vittoria. Claudio in Roma attese a ricomporre come meglio poteva i disordini causati dai precedenti tumulti; agli amici e alla famiglia di Gallieno, dal senato condannati a morte, impetrò il perdono; e fu soprannomato il secondo Trajano.
Mosso contro i Goti (269) che, saccheggiate le provincie, ritiravansi per l'Alta Mesia, scrisse al senato: — Mi trovo al cospetto di trecenventimila nemici. Se n'esco vincitore, confido sulla vostra riconoscenza: se l'esito non risponde alle speranze, vi ricordi che dal regno di Gallieno l'impero restò snervato, colpa sua e de' tiranni che desolarono le nostre provincie. Nè lancie abbiamo, nè spade, nè scudi; le Gallie e la Spagna, anima dell'impero, sono in mano di Tetrico; gli arcieri, occupati contro Zenobia. Per poco che otteniamo, sarà già assai». Pure, dopo alquanti giorni, potè scrivere di nuovo: — Abbiam disfatto i Goti e distrutto la loro flotta di duemila vele; i campi sono coperti di scudi e di cadaveri; e tanti prigioni, che due o tre donne toccarono per ciascun soldato».
Di vittorie così segnalate faceva mestieri per puntellare il vacillante impero. Ma Claudio durò appena due anni: il senato gli decretò divini onori (270), e sospese nelle sale delle adunanze uno scudo d'oro coll'effigie di esso; il popolo gli alzò una statua d'oro alta sei piedi, una d'argento pesante mille cinquecento libbre; e unanimi chiamarono a succedergli il fratello Marc'Aurelio Quintillo: il quale, dopo diciassette giorni, fu trucidato dall'esercito, o si uccise all'udire che l'esercito aveva proclamato Lucio Domizio Aureliano.
Quest'umile pannone era segnalato per forza e valore, sicchè i soldati il conosceano col soprannome di Mano al ferro; cantavano ad onor suo canzoni, il cui ritornello era Mille, mille, mille uccise, e diceano che in varie battaglie ammazzasse di suo pugno novecentocinquanta nemici. I Goti gli chiesero pace: ma Alemanni, Giutongi e Marcomanni malgrado suo penetrarono in Italia, e presso Piacenza voltolo in fuga, si difilarono sopra Roma. Lo spavento allora andò al colmo, si consultarono i Libri Sibillini, e l'imperatore stesso si lagnò col senato perchè ne' riti religiosi procedesse a rilento. — E che? (diceva) siete forse radunati in una chiesa cristiana, non più nel tempio di tutti gli Dei? Esaminate; e qualunque spesa, qualunque animale od uomo vi ordinino i sacri libri, io ve ne fornirò». Processioni di sacerdoti biancovestiti tra cori di vergini e garzoni, che lustravano la campagna e la consacravano con mistici sacrifizj, ravvivarono il coraggio de' Romani, sicchè Aureliano, raccozzate le reliquie, presso Fano ruppe i Germani, poi in altre battaglie li sterminò. Anche i Vandali che avevano varcato il Danubio, furono da lui sconfitti, e costretti a dare ostaggi i figli dei due loro re. Cercando però vantaggio reale, più che lusinghiera apparenza, abbandonò la conquista di Trajano di là dal Danubio.
Ripristinata la disciplina[13], ogni leggier mancamento de' soldati puniva severissimamente; avendo un d'essi violato la donna dell'ospite suo, lo fece legare a due alberi piegati, e sparare. I soldati pertanto, in canzoni diverse dalle prime, cantavano: — Costui versò più sangue che altri non bevesse vino». Se non che faceva sembrare meno pesante quella disciplina col sottoporvisi egli stesso. Anche in Roma dovette ricorrere ai partiti più rigorosi, e varj senatori mandò a morte per accuse lievi nè provate. Riparò la mura attorno alla città, per modo che ventun miglio circuiva: il che, se blandiva l'orgoglio romano coll'estensione, l'umiliava, avvertendo come la capitale dell'impero dovesse provvedere con munizioni alla propria sicurezza.