Valeriano, vittorioso dei Goti, combattendo Sàpore (259) nella Mesopotamia restò vinto e prigioniero per tradimento di Fulvio Macriano suo favorito. Il re dei re, invanito dell'opìmo trionfo, il menò catenato per le città principali, sul dosso di lui metteva il piede per montare a cavallo: morto dopo parecchi anni di prigionia, lo fece scorticare, e dedicarne la pelle in un tempio, a perpetuo obbrobrio. Altri storici attestano che rispettò il prigioniero, a cui lo strazio peggiore fu il vedere suo figlio esultare d'una sventura che anticipavagli il regno. I Cristiani vi ravvisarono la punizione dell'aver perseguitato i Fedeli, come fece ad istigazione di Marciano, famigerato mago egizio, il quale gli persuase non potrebbe l'impero mai prosperare finchè non annichilasse un culto abbominato dai patrj numi.
All'annunzio della sconfitta, tutti i nemici dell'impero quasi d'accordo l'assalgono e invadono anche l'Italia. Dal pericolo ridesti, i senatori posero in essere la guarnigione pretoriana, arrolandovi i più robusti plebei, sicchè i Barbari diedero volta. Gallieno rimasto solo all'impero, s'adombrò di quest'accesso marziale; onde interdisse ai senatori qualunque grado militare, e fin l'accostarsi ai campi delle legioni: esclusione che i ricchi ammolliti accettarono come un favore.
Gallieno procurò imbonire i Barbari anche con parentele, sposando la figlia di Pipa re dei Marcomanni, nozze sempre tenute per sacrileghe dalla romana vanità. Nell'Illiria sconfisse e uccise Ingenuo acclamato imperatore, e in vendetta mandò per le spade gli abitanti della Mesia, colpevoli o no. — Non basta (scriveva a Veriano Celere) che tu faccia morire semplicemente quelli che portarono le armi contro di me, e che avrebbero potuto perire nella zuffa; voglio che in ogni città tu stermini tutti gli uomini, giovani o vecchi: non risparmiare pur uno che m'abbia voluto male o sparlato di me, figlio, padre e fratello di principi. Uccidi, strazia senza pietà, fa come farei io stesso che di propria mano ti scrivo»[12].
Al furibondo decreto davasi esecuzione (261), talchè i minacciati, per disperazione, gridarono imperatore Nonio Regillo. Daco d'origine, e discendente da Decebalo che guerreggiò con Trajano, era prode a segno, che Claudio, futuro imperatore, gli scrisse: — Un tempo ti sarebbe stato decretato il trionfo: ora ti consiglio a vincere con maggior precauzione, e non dimenticare che v'è cui le tue vittorie darebbero sospetto». Questo valore lo portò al trono, ma non gliel conservò, e ben tosto fu ucciso (262) dai proprj soldati.
Un altro imperatore sorto nelle Gallie, Cassiano Postumio, di bassa nazione ma sommo capitano, assediò in Colonia Salonino figlio di Gallieno, e l'uccise (259), ed ebbe omaggio dalla Gallia, dalla Spagna e dalla Bretagna, per otto anni conservandovi la tranquillità, e facendosi amare.
Tanti tumulti interni lasciavano agevolezza al persiano Sàpore di devastare a baldanza l'Oriente. Anicio Balisto, capitano del pretorio sotto Valeriano, raccolte le reliquie dell'esercito di questo, osa tenergli fronte, e supplendo al numero colla rapidità e l'arte, libera Pompejopoli in Cilicia, fa macello de' Persi in Licaonia, molti rendendone prigioni, e tra questi le donne di Sàpore; poi ritirandosi prima che questi il raggiunga, sbarca come un lampo a Sebaste e a Corissa di Cilicia, sorprendendo e trucidando gl'invasori. Lo aveva soccorso Odenato di Palmira, sceico d'alcune tribù di Saracini, educato dalla puerizia a caccie e battaglie; e che respinto Sàpore e toltigli i tesori, entrò nella Mesopotamia, e inoltrossi nel cuore dell'impero per liberare Valeriano. Vinto Sàpore in campale giornata (261) sulle sponde dell'Eufrate, lo chiude colla sua famiglia in Ctesifonte, e gli sforzi suoi erano forse coronati, se le rinascenti sedizioni dell'impero non avessero resa impossibile qualunque impresa grande. In ricompensa de' segnalati servigi, nominato da Gallieno capo di tutte le forze romane in Oriente, Odenato assunse il titolo di re di Palmira, città del deserto (263), che per la cintura delle solitudini isolata dal mondo, erasi serbata indipendente fra Roma e i Parti, straordinariamente arricchita dall'essere la posata delle carovane che andavano e venivano fra l'impero romano e le Indie.
Mentre quivi Odenato e Balisto faceano mirabili prove, Gallieno logoravasi fra meretrici: la crudeltà esercitava, non contro i senatori, ma contro i soldati, facendone morire fin tre e quattromila al giorno. Una volta menò ridicolo trionfo con finti prigionieri vestiti da Goti, Sàrmati, Franchi e Persiani; onde alcuni inopportunamente lepidi si diedero a squadrare costoro, e chiesti che cosa esaminassero tanto minutamente, risposero: — Cerchiamo il padre dell'imperatore». Gallieno li fece buttare nel fuoco, ottimo modo di aver ragione. Poi prendea diletto a disputare col filosofo Plotino, e ideava di commettergli una città ove ridurre in atto la repubblica di Platone; faceva anche bei versi ed orazioni; sapeva con pari maestria ornare un giardino o cuocere un pranzo; iniziavasi ai misteri di Grecia, sollecitava un posto nell'areopago d'Atene; e nelle solennità d'immeritati trionfi o nel lusso di sua corte profondeva tesori, che la pubblica miseria e le grandi calamità reclamavano. Singolarmente memorabile fu il trionfo da lui menato a Roma il decimo anno di suo impero, e descrittoci da Trebellio. L'imperatore, corteggiato dal senato, dai cavalieri, dalle milizie biancovestite, preceduto dal popolo, da donne, da servi con torcie e candele, andò processionalmente in Campidoglio. Cento bovi colle corna dorate e con gualdrappe di seta, preziosa rarità, e ducento pecore bianche precedeano, ond'essere sagrificate. Vi fecero pur mostra dieci elefanti, milleducento gladiatori, carrette con ogni maniera di buffoni e commedianti, forze ciclopiche, feste e giuochi per tutto, infine alquante centinaja di persone vestite da Sciti, da Franchi, da Sarmati, da Persi. Fra ciò, nessuna cura de' pubblici interessi; se gli si dice morto suo padre, — Sapevo ch'egli era mortale»; se gli annunziano perduto l'Egitto, — Faremo senza delle sue tele»; se occupata la Gallia, — Perirà Roma senza le stoffe di Arras?» se predata l'Asia dagli Sciti, — Non potremo noi lavarci senza le spume di nitro?»
Quest'indolenza suscitava d'ogni parte usurpatori, che nella storia sono conosciuti col nome di Trenta Tiranni, sebbene quel numero non si ragguagli col vero: ma come senza noja e confusione seguire tutti costoro nel breve tragitto dal trono alla tomba?
Fulvio Macriano, meritati i primi gradi della milizia, coll'appoggio di Balisto si fece gridar imperatore. Appena l'udì, Valerio Valente, proconsole nell'Acaja, prese il titolo stesso: lo imitò Calpurnio Pisone (261), speditogli contro. Era quest'ultimo d'illustre casa e di grandi virtù, talchè, all'udirlo ucciso, Valente sclamò: — Qual conto dovrò rendere ai giudici infernali della morte d'uno che non ha l'eguale nell'impero!» Il senato ne decretò l'apoteosi, dichiarando non essersi mai dato uomo migliore nè più fermo.
Macriano sul confine della Tracia fu sconfitto e morto. Balisto, chiamatosi imperatore in Emesa, è da un sicario di Gallieno tolto di vita (264). In Egitto un Emiliano fu pure sconfitto e spedito a Roma, e quivi strangolato in prigione, secondo il rito degli avi. Nell'Asia Minore gl'Isauri acclamarono Claudio Annio Trebelliano, e morto questo in campo, ricusarono sottomettersi, e devastarono l'Asia Minore e la Siria fin al tempo di Costantino. Cornelio Gallo, gridato augusto in Africa, in capo a sette giorni è crocifisso.