Aquileja spalanca le porte, assediati e assediatori abbracciansi nella esultanza della ricuperata libertà, e in Ravenna, in Roma, per tutto la gioja, i mirallegro, i ringraziamenti agli Dei sono in proporzione del terrore eccitato dagli uccisi e dalla fiducia nei nuovi. Questi abolirono o temperarono le tasse imposte da Massimino, rimisero la disciplina, pubblicarono leggi opportune col consiglio del senato, e cercarono rimarginare le ferite sanguinose. Pupieno chiedeva a Balbino: — Qual premio aspettarci per aver liberato Roma da un mostro? — L'amore del senato, del popolo e di tutti», rispose Balbino; ma l'altro più veggente: — Sarà piuttosto l'odio dei soldati e la loro vendetta».

E indovinò. Ancor durante la guerra, popolo e pretoriani si erano in Roma levati a stormo, inondate le vie di sangue, gittato il fuoco ne' magazzini e nelle botteghe. Il tumulto fu sopito, non estinto, talchè i senatori andavano muniti di pugnali, i pretoriani adocchiavano l'occasione di vendicarsi; tutti al pari beffandosi dei deboli argini che gl'imperatori mettevano al torrente delle fazioni. Crebbe il fermento allorchè i pretoriani si trovarono riuniti in Roma; e fremendo che agl'imperatori da essi eletti fossero surrogate queste creature del senato, e che si pretendesse rimettere le leggi e la disciplina, trucidano gl'imperatori, e recano al campo il giovine Gordiano III, proclamandolo unico padrone (238).

Quel fanciullo pareva nato fatto per riconciliare i rissosi: egli bello, egli soave, egli rampollo di due imperatori, morti prima di divenire malvagi; egli detto figliuolo dal senato, come dai soldati; egli dalla plebe amato più che qualunque suo predecessore. Misiteo, suo maestro di retorica poi suocero e prefetto al pretorio, dato lo sfratto a' ribaldi confidenti del giovine imperatore, meritò la fiducia coll'onestà e colla valentìa. Ma poco appresso morì; e il comando de' pretoriani fu commesso a Marco Giulio Filippo, che, non contento di quel posto, brigò fra i soldati tanto, che obbligò Gordiano ad assumerlo compagno nel dominio (244), poi lo depose, infine lo trucidò a Zait mentre guerreggiava il re sassanide Sciapur o Sapore, figlio di Ardescir.

Filippo era nato a Bosra nell'Idumea, da un capo di carovane arabe, e v'è chi lo dice cristiano, sebbene le opere nol mostrino. Acconciatosi con Sàpore, tornò in Antiochia (243), dove volendo assistere alla solennità della Pasqua, il vescovo Babila lo dichiarò indegno, finchè non subisse la penitenza. Giunto a Roma, si conciliò il popolo colla dolcezza, e celebrò il millenario della città (247) con giuochi ove combatterono trentadue elefanti, dieci orsi, sessanta leoni, un caval marino, un rinoceronte, dieci leoni bianchi, dieci asini, quaranta cavalli selvaggi, dieci giraffe, oltre belve minori e duemila gladiatori. Sanguinosi dovean essere i giubilei della eroica città.

Ma d'ogni parte rampollavano nuovi imperatori, il più fortunato de' quali fu Gneo Messio Decio di Sirmio, governatore della Mesia; marciando contro del quale Filippo fu trucidato a Verona (249) per mano dello stesso Decio, dopo cinque anni d'impero.

Aveva egli lasciato progredire la religione cristiana, contro della quale invece Decio bandì severissimi editti (250): e chi ne faceva professione, era sturbato dalle case e dai beni, e tratto al supplizio. Rinnovaronsi allora gli orrori delle proscrizioni; fratelli tradirono i fratelli, figliuoli i padri; chi potea sottrarsi a quel furore, si riduceva nelle selve e negli eremi. V'era mosso Decio dall'amore dell'antica disciplina, che, attribuendo le sciagure dell'impero alla corruttela, tentò ripristinare. Avea pensato ristabilire la censura; quasi la rugginosa instituzione fosse applicabile quando su tutto il mondo incivilito sarebbesi dovuto estendere l'ispezione, e chiamare a giudizio inerme l'armata depravazione. Pure volendo che il senato eleggesse un censore, l'unanime voce acclamò Valeriano; e l'imperatore, conferendogli il grado, disse: — Te fortunato per l'universale approvazione! ricevi la censura del genere umano, e giudica i nostri costumi. Eleggerai i meritevoli di seder nel senato, renderai lo splendore all'ordine equestre, crescerai le pubbliche entrate pur alleggerendo le gravezze, dividerai in classi l'infinita moltitudine de' cittadini, terrai ragione di quanto concerna le forze, le ricchezze, la virtù, la potenza di Roma. Al tuo tribunale sono soggetti la corte, l'esercito, i ministri della giustizia, le dignità dell'impero, eccetto solo i consoli ordinarj, il prefetto della città, il re dei sacrifizj, e la maggior Vestale sinchè casta».

Prima che al fatto apparisse ineseguibile quel disegno, lo interruppero i Goti, che invasero la Bassa Mesia (254), poi la Tracia e la Macedonia. Ora vincendo a forza, ora giovato dai tradimenti, l'imperatore li ridusse a tale estremità, che offrirono di rendere i prigionieri ed il bottino, pur che fossero lasciati ritirarsi. Decio, risoluto a sterminarli, s'attraversò al loro passo. Mal per lui; giacchè, assalito in disperata battaglia, vide cadere trafitto il proprio figliuolo. Decio gridò ai soldati: — Non abbiam perduto che un uomo; sì lieve mancanza non ci scoraggi»; ed avventatosi ove più fervea la mischia, vi trovò la morte.

Dell'esercito sbaragliato le reliquie si raggomitolarono al corpo di Vibio Treboniano Gallo, da lui spedito per tagliare la ritirata ai Goti. Questi, che forse avea colpa della sconfitta, finse volerla vendicare, e così amicossi l'esercito che l'acclamò imperatore: ed egli si associò Ostiliano figlio di Decio, e, morto fra breve costui, il proprio figlio Volusiano. Ma non appena il senato lo confermò, conchiuse vergognosa pace coi Goti, promettendo fin un tributo; serbatosi a manifestare il suo coraggio col perseguitare i Cristiani.

Nel suo regno d'un anno e mezzo, peste e siccità desolarono; Goti, Borani, Carpi, Burgundioni irruppero nella Mesia e nella Pannonia; gli Sciti devastarono l'Asia, i Persiani occuparono fino Antiochia. Il mauro Emilio Emiliano, comandante della Mesia, borioso d'aver vinto i Barbari, e sprezzando Gallo che marciva a Roma nei piaceri, si fa salutare imperatore (253 — maggio), e prima che questi ben si sdormenti, entra in Italia, e scontratolo a Terni, il vede ucciso col figlio Volusiano da' suoi stessi soldati. Ma l'esercito uccide lui pure presso Spoleto, dopo quattro mesi di regno, e s'accorda col senato e coll'esercito della Gallia e Germania che aveano acclamato Licinio Valeriano.

Illustre nascita, modestia, prudenza faceano caro costui, che forbendosi dai vizj d'allora, applicava alle belle lettere i suoi riposi; devoto dei costumi antichi, aborriva la tirannide, talchè parea degno dell'impero. Ma come l'ottenne, si sentì inabile a tanto peso; nè altro ajuto seppe scegliere che il proprio figlio Egnazio Gallieno, effeminato e vizioso. Pure dava miti ed opportuni provvedimenti, quando il chiamarono all'armi i popoli, che dal Settentrione e dall'Oriente irrompevano.