Quando Alessandro, reduce d'Oriente, festeggiò nella Tracia con giuochi militari il natogli Geta, si presentò un garzone balioso, in barbara lingua implorando l'onore di concorrere alla lotta. La sua corporatura dava grand'indizio di vigoria; laonde, affinchè non avesse, egli barbaro, a trionfare d'un soldato romano, furongli opposti i più forzosi schiavi del campo: ma un dopo l'altro, sedici ne abbattè. Compensato con regalucci ed arrolato nelle truppe, al domani le divertì con saltabellare a modo del suo paese: e vedendo che Severo gli avea posto mente, tenne dietro al cavallo di lui in una lunga corsa, senz'ombra di stanchezza; al fine della quale avendogli l'imperatore esibito di lottare, accettò e vinse sette robusti soldati. Alessandro il regalò d'una collana d'oro, e lo scrisse fra le guardie del suo corpo con paga doppia, l'ordinaria non bastando al suo mantenimento.

Costui chiamavasi Massimino, di padre goto, di madre alana: alto otto piedi, trascinava un carro cui non bastava un par di bovi, sradicava alberi, fiaccava la tibia di un cavallo con un calcio, spiaccicava ciottoli fra le mani, mangiava quaranta libbre di carne, bevea ventiquattro pinte di vino al giorno, quando non eccedesse. Nel trattare cogli uomini vide la necessità di frenare la natìa fierezza; e sotto i succedentisi imperadori si conservò in grado: Alessandro il costituì tribuno della quarta legione; indi, per la disciplina che serbava, lo promosse al primo comando, lo ascrisse al senato, e pensava dare sua sorella a Giulio Vero figlio di lui, bello, robusto e coraggioso quanto superbo.

Tanti benefizj, non che ammansassero Massimino, l'invogliarono a tutto osare quando tutto potea la forza; spargeva cronache e risa su questo imperator siro, tutto senato, tutto mamma; e formatasi una fazione, lo assalì presso Magonza (235), e lo trucidò con Mammea, di soli ventisei anni. I soldati uccisero gli assassini, eccetto il capo: popolo e senatori piansero Alessandro quanto meritava, e con annua festa ne commemoravano il natale. Massimino, gridato imperatore, si associò il figlio, cui i soldati baciarono le mani, le ginocchia, i piedi; il senato confermò quel che non poteva disfare; e tosto cominciarono le vendette e le crudeltà. Come chi da infima perviene ad alta fortuna, Massimino temeva il dispregio e i confronti; quindi la nascita illustre o il merito erano colpa agli occhi suoi, colpa l'averlo vilipeso, colpa l'averlo sovvenuto nella sua povertà. Un sospetto bastava perchè governatori, generali, consolari fossero incatenati sui carri e portati all'imperatore, che, non sazio della confisca e della morte, li faceva o esporre alle fiere entro pelli fresche di bestie, o battere sinchè avessero fil di vita. Nè i Cristiani cansarono la sua ferocia (236).

A pari con questa andava in lui l'ingordigia; e incamerò le rendite indipendenti che ciascuna città amministrava per le pubbliche distribuzioni e per sollazzi, spogliò i tempj, e le statue di numi e d'eroi volse in moneta. Dappertutto fu indignazione, in qualche luogo tumulto. Nell'Africa, alcuni giovani ricchissimi, spogliati d'ogni ben loro dal procuratore ingordo, armano schiavi e contadini, trucidano il magistrato, e gridano imperatore Marc'Antonio Gordiano (237) proconsole di quella provincia.

Questo ricco e benefico senatore, discendente dai Gracchi e da Trajano, occupava in Roma il palazzo di Pompeo, adorno di trofei e pitture: aveva sulla via di Preneste una villa di magnifica estensione, con tre sale lunghe cento piedi, e un portico sorretto da ducento colonne de' quattro più stimati marmi: nei giuochi dati al popolo, non esibiva mai meno di cencinquanta coppie di gladiatori, talora cinquecento: un giorno fece uccidervi cento cavalli siciliani ed altrettanti cappadoci, e mille orsi, a non dire le fiere minori: e siffatti giuochi, essendo edile, rinnovò ogni mese; fatto console, gli estese alle principali città d'Italia.

Qui tutta la sua ambizione; placido del resto da non eccitare la gelosia de' tiranni, attendeva alle lettere e cantò in trenta libri le virtù degli Antonini. Toccava gli ottant'anni quando gli sopragiunse codesta sventura dell'impero; e poichè preci e lacrime adoprò invano a stornarla, vedendo non camperebbe altrimenti o dai soldati o da Massimino, accettò e pose sede in Cartagine. Imperatore con esso fu dichiarato suo figlio Gordiano, il quale avea raccolto ventidue concubine e sessantaduemila volumi: da ciascuna delle prime ebbe tre o quattro figliuoli; degli altri si valse per fare egli stesso libri, di cui qualcuno ci rimane.

Dando contezza al senato della loro elezione, i nuovi imperatori protestavano deporrebbero la porpora se così a quello piacesse; dei decreti ordinavano la pubblicazione soltanto qualora il senato vi acconsentisse; richiamavano gli esuli, promettevano generosamente ai soldati e al popolo, invitavano gli amici a sottrarsi dal tiranno. La risolutezza del console vinse l'esitanza del senato, che dichiarò nemici i Massimini e chi con loro, e ricompense a chi gli uccidesse; e per tutta Italia si diffuse la rivolta, contaminata di troppo sangue. Il senato avvilito a quel modo sotto il villano goto, ripigliava allora spiriti e dignità, disponeva la difesa e la guerra, per deputati invitava i governatori in ajuto della patria. Dappertutto erano i ben accolti; ma Capeliano, governatore della Mauritania e privato nemico de' Gordiani, fatto massa, aggrediva i nuovi imperatori (238) in Cartagine. Il figlio periva combattendo; il padre all'annunzio si strangolava, regnato appena sei settimane: Cartagine fu presa, e torrenti di sangue saziarono la vendetta di Massimino.

Il quale, all'udire le prime nuove, infuriando a modo di bestia, voltolavasi per terra, dava del capo nelle muraglie, trafisse quanti gli erano intorno, finchè a viva forza gli si strappò la spada, poi mosse verso Italia. Proclamava intera perdonanza: ma chi si sarebbe fidato? Il senato, spinto dalla disperazione ad un coraggio che la ragione rinnegava, proclamò imperatori due vecchi senatori, Massimo Pupieno e Claudio Balbino, uno che dirigesse la guerra, l'altro che regolasse la città. Il primo, figlio di un carpentiere, rozzo ma valoroso ed assennato, era salito di grado in grado fino ai sommi e alla prefettura di Roma. Le sue vittorie contro Sarmati e Germani, e il tenore austero di sua vita, non disgiunta da umanità, il faceano riverito dal popolo; come amato n'era Balbino, oratore e poeta di nome, integro governatore di molte provincie, ricco sfondolato e liberale, amico de' piaceri senza eccesso.

Appena costoro in Campidoglio compivano i primi sagrifizj, il popolo tumultua, vuol fare esso pure una elezione, e che ai due s'aggiunga un nipote di Gordiano, fanciullo di dodici anni, anch'esso Gordiano di nome. Quelli accettarono il cesare, e rabbonacciato il tumulto, pensarono a consolidarsi.

Massimino, a capo dell'esercito col quale avea più volte vinto i Germani e meditato stendere l'impero fino al mar settentrionale, movea sbuffando sopra l'Italia, che mai non avea vista dopo imperatore; e sceso dall'AIpi Giulie, trovava il paese deserto, consumate le provvigioni, rotti i ponti, volendo così il senato logorarne le forze sotto i castelli nel miglior modo muniti. Prima Aquileja gli abbarrò la marcia con risoluto coraggio, fidata nel dio Beleno, che credeva combattesse sulle sue mura. Se però Massimino si fosse lasciata alle spalle quella città, difilandosi sopra Roma, che cosa avrebbe potuto opporgli Pupieno, proceduto sin a Ravenna per tenergli testa? E che valevano i politici accorgimenti di Balbino contro gl'interni tumulti? Ma le truppe di Massimino, trovando il paese desolato e un'inattesa resistenza, s'ammutinarono; e un corpo di pretoriani, tremando per le mogli ed i figli loro rimasti nel campo d'Alba, trucidarono il tiranno col figlio e co' suoi più fidati.