A infamie le più sozze, di cui il suo palazzo fu un ridotto, invitava gli amici, che chiamava commilitoni per l'indegno consorzio; e le salaci prodezze guadagnavano agli amasj suoi le prime cariche dell'impero. Repente cacciò tutte le meretrici, e vi surrogò garzoni, e si fece sposare da un uffiziale e da uno schiavo, consumando le bestiali nozze al cospetto del mondo. Amò tanto il servo Ganni, che pensò sposargli sua madre e farlo cesare; ma avendolo questi esortato a maggior decenza, lo trucidò: altri assai mandò a morte nella Siria e altrove, come disapprovassero la sua condotta. Quando apparve la prima volta nella curia, volle sua madre fosse annoverata fra i padri coscritti, con voce al par di loro; anzi istituì, sotto la presidenza di lei, un senato di donne, che risolvessero sugli abiti dei Romani, i gradi, le visite, e siffatte importanze.
Pazzo pel dio al quale doveva il nome e il trono, e che era adorato sotto forma d'un cono di pietra nera, gli alzò tempio magnifico sul Palatino, con riti forestieri; Giove e gli altri Dei gli fossero servi; anzi a nessun altro che a quello si prestasse adorazione. Profanati adunque e spogli i tempj, al suo furono recati il fuoco eterno di Vesta, la statua della Gran Madre, gli scudi Ancili, il Palladio; e da Cartagine trasferita la dea Astarte con tutti gli ornamenti, la sposò al dio suo con nozze sfarzose. Pel culto di quello, non che astenersi egli medesimo dalla carne di porco e farsi circoncidere, sagrificava fanciulli, rapiti ad illustri famiglie. Menando in processione la rozza pietra s'un carro a sei bianchi cavalli, fece spolverar d'oro la via; egli, tenendo le briglie, camminava a ritroso per non torcere gli occhi dalla prediletta divinità. Nei sacrifizj suoi vini squisiti, rarissime vittime, preziosi aromi si consumavano, e tra le lascive danze che sirie fanciulle menavano al suono di barbarici stromenti, i più gravi personaggi di toga e di spada adempivano ridicole ed abjette funzioni.
Mesa faceva inutile prova di frenare quel forsennato: e prevedendo che i Romani, ossia i soldati, nol soffrirebbero a lungo, lo indusse (221) a adottare il cugino Alessandro Severo, acciò, diceva, gli affari nol distraessero dalle divine sue cure. Elagabalo, come vide costui non pigliar parte alle sue dissolutezze, e rendersi caro al popolo e al senato, tentò ucciderlo: ma i pretoriani si sollevarono, e uccidevano l'imperatore se a lacrime non avesse impetrato gli lasciassero la vita e lo sposo; onde sfogarono la loro indignazione sugli altri compagni di sue dissolutezze. Quando l'anno vegnente attentò ancora alla vita d'Alessandro, i pretoriani di nuovo tumultuarono, e avendo Elagabalo dovuto portarlo nel loro campo, a quello profusero applausi, a lui insulti. Irritato, comanda la morte di alcuni, ma i loro compagni li strappano al carnefice; si fa baruffa; Elagabalo si nasconde nelle fogne, ed ivi scoperto è ucciso (222). Avea diciott'anni!
Alessandro Severo di quattordici fu gridato imperatore, augusto, padre della patria, grande, prima di pur conoscerlo[10]. Egli, dolce e modesto, lasciossi regolare dalla madre Mammea[11], la quale gli pose attorno un consiglio di sedici senatori, e a loro capo il celebre Domizio Ulpiano, affinchè risarcissero lo scompiglio del governo e delle finanze, rimovessero i tanti indegni impiegati, e formassero il giovane imperatore.
Rispettoso ad essa e ad Ulpiano, aborrente dagli adulatori, Alessandro amò la virtù, l'istruzione, il lavoro. Sorto coll'alba, dopo le devozioni nella domestica cappella, adorna delle immagini d'eroi benefici, dava opera agli affari nel consiglio di Stato e alle cause private, donde ricreavasi coll'amena lettura e collo studiare poesia, filosofia, storia, massime in Virgilio, Orazio, Platone e Tullio, senza trascurare gli esercizj del corpo. Rimessosi poi agli affari, dava spaccio a lettere e memoriali, fin alla cena, frugalmente imbandita per pochi amici, dotti e virtuosi, la cui conversazione o la lettura gli tenesser luogo de' ballerini e de' gladiatori, condimento ai banchetti romani. Vestiva positivo, parlava cortese, a tutti dava udienza in certe ore, e un banditore ripeteva quella formola de' misteri eleusini: — Qua non entri chi non ha animo castigato ed innocente». Avea scritto sulle porte del palazzo: — Fate altrui quel che a voi vorreste fatto». Di Cristiani avea piena la Corte, e v'è chi dice adorasse in secreto Cristo ed Abramo, e pensasse ergere tempj al vero Dio, se gli oracoli non avessero riflettuto che ridurrebbe con ciò deserti que' degli altri. Come vedeva usato dai Cristiani nella scelta de' sacerdoti, pubblicava il nome de' governatori che eleggeva alle provincie, invitando chi avesse alcun che da opporre. Moderato il lusso, diminuì il prezzo delle derrate e l'interesse del denaro, non lasciando al popolo mancare nè largizioni nè divertimenti. I governatori, persuasi che l'amore de' governati fosse il solo modo di piacergli, tornavano in lena le provincie; e così ricreavasi l'impero da quarant'anni di diversa tirannia.
Restavano, pessima piaga, i soldati, indocili d'ogni freno. Alessandro gli amicò coi donativi e con alleviarli da qualche peso, come dal portar nelle marcie la provvigione per diciassette giorni; ne diresse il lusso sui cavalli e sulle armi; alle loro fatiche sottoponevasi egli stesso, li visitava malati, non lasciava alcun servizio senza memoria o compenso, e diceva premergli più il conservar loro che se stesso, in quelli consistendo la pubblica salvezza.
Ma val rimedio a male incancrenito? Ai pretoriani venne a noja la virtù del loro creato, e tacciavano Ulpiano loro prefetto di consigliarlo alla severità; onde infuriati corsero Roma per tre giorni come città nemica, ficcando anche il fuoco, sinchè ebbero Ulpiano, che trucidarono sugli occhi stessi dell'imperatore (230), indarno buono. Egual fine minacciavano a qualunque ministro fedele; nè Dione storico campò, che con celarsi nelle sue ville di Campania. Le legioni imitarono il tristo esempio, e da ogni banda rivolte e uccisioni d'uffiziali attestavano che nulla più giovava la bontà in tanta sfrenatezza.
Al tempo suo (223-26) una grande rivoluzione ristorò l'impero di Persia, e Ardescir-Babegan o Artaserse, figlio di Sassan, re dei re, all'unità dell'amministrazione e del culto del fuoco secondo la dottrina di Zoroastro ridusse quanto paese giace tra l'Eufrate, il Tigri, l'Arasse, l'Oxo, l'Indo, il Caspio e il golfo Persico. Erano nuovi tremendi nemici all'impero romano; giacchè Ardescir disegnò ricuperare quanto avea posseduto Ciro; e senza riguardo ad Alessandro Severo, passò l'Eufrate (232), sottomise molte provincie contigue, ed all'imperatore che s'avvicinava coll'esercito mandò quattrocento uomini, i più atanti di loro persone, i quali dicessero: — Il re dei re manda ordine ai Romani e al loro capo; sgombrino la Siria e l'Asia Minore, e restituiscano ai Persiani i paesi di qua dell'Egeo e del Ponto, posseduti dai loro avi».
Alessandro s'irritò a quella tracotanza, e tolti ai messi gli ornamenti, li relegò nella Frigia; la Mesopotamia senza battaglia ricuperò; e sconfisse Ardescir (233), che contava cenventimila cavalli, diecimila soldati pesanti, mille ottocento carri da guerra, e settecento elefanti. Alessandro divise il suo esercito in tre corpi, che per diversi lati invadessero la Partia; e la concordia del ben disposto attacco avrebbe potuto fiaccare i Persi, se l'esercito romano non avesse ricusato le fatiche e trucidato gli uffiziali. Reduce a Roma (234), e vantate le sue imprese in senato, Alessandro trionfò condotto da quattro elefanti, ed ebbe il soprannome di Partico e di Persico: ma poco stante Ardescir ripigliò quanto i Romani aveano acquistato, e in quindici anni di regno consolidò la sua potenza minacciosa alla romana.
Alessandro disponevasi a rinnovare le ostilità, da cui lo distrassero i Germani. Accorso al Reno, ne li respinse (235); ma l'arrestò lo scompiglio de' suoi eserciti, intolleranti delle fatiche, della disciplina e del rigore ond'egli puniva qualunque oltraggio recassero nelle marcie, lungo le quali faceva ripetere dagli araldi quel suo — Fate come volete che a voi si faccia».