La prefettura del pretorio, che allora comprendeva tutte le funzioni del dominio, era stata divisa; pel militare ad Avvento, pel civile a Marco Opilio Macrino avvocato di Cesarea in Mauritania. Un africano indovino predisse a quest'ultimo l'impero: del che fu mandato avviso a Caracalla mentre in Edessa guidava un cocchio, ed egli consegnò il dispaccio a Macrino stesso. Questi vide inevitabile il morire o dar morte; onde comprò il centurione Marziale, che trafisse Caracalla intanto che pellegrinava al tempio della Luna a Carre (217 — 8 aprile).
Giulia Domna sua madre, che Severo avea sposata perchè le stelle prediceanle regio marito, oltre bella, era di vivace immaginativa, di fermo animo, di squisito giudizio, insegnata nelle arti e nelle lettere, e protettrice degli uomini d'ingegno, le cui lodi però non sopirono certi scandali. Sull'austero e geloso marito mai non avea preso ascendente, ma sotto il figlio amministrò con prudenza e moderazione; poi, per non sopravivere alla dignità, lasciossi morir di fame.
Questo mostro si rese memorabile coll'avere dichiarato cittadini romani tutti i sudditi, non per generosità, ma per sottoporre anche i provinciali alla ventesima delle eredità, che pagavasi dai soli cittadini[9].
Tre giorni vacò l'impero del mondo: al quarto, i pretoriani non trovando a chi darlo, acclamarono Macrino, che se ne mostrava alieno ed accorato dell'uccisione di Caracalla, e che subito sparse doni, promesse, amnistia. Il senato, fin allora esitante, prodigò imprecazioni al morto, a Macrino più onori che a verun altro mai, cesare il figlio suo, augusta la moglie; e il supplicò di punire i ministri di Caracalla e sterminare i delatori. Macrino gli permise d'esigliare e senatori e alcuni cittadini, crocifiggere gli schiavi o liberti accusatori de' padroni; poi all'esercito consentì la deificazione di Caracalla, che il sempre docile senato approvò.
Tentando riparare i disordini, annullò gli editti repugnanti alle leggi di Roma; punì col fuoco gli adulteri, chiunque fossero; gli schiavi fuggiaschi obbligava a combattere coi gladiatori; talvolta i rei lasciava morir di fame; condannava nel capo i delatori che non provassero l'accusa; se la provassero, lasciava loro l'ordinaria ricompensa d'un quarto dei beni dell'accusato, ma li dichiarava infami; i cospiranti contro la sua persona ora punì, ora perdonò. Questo rigore, e il surrogare talvolta nelle cariche a persone illustri gente sprovvista di nobiltà e di merito, eccitò scontenti; trovossi indecoroso il vedere in trono uno che nè tampoco era senatore, nè con veruna qualità ricattava la bassezza dei natali.
Giustizia o paura, l'imperatore rimandò i prigionieri rapiti da Caracalla: ma Artabano IV re dei Parti, che faceva armi per vendicare il costui affronto, pretese riedificassero le terre da Caracalla diroccate, restituissero la Mesopotamia, e un'ammenda per le sepolture dei re Parti oltraggiate; e non ottenendolo, assalì i Romani presso Nisiba, li ruppe, nè concedette pace che al prezzo di cinquanta milioni di dramme. Gli Armeni furono mitigati col rimettere Tiridate in trono.
Causa principale delle rotte era l'indisciplina degli eserciti; onde Macrino, ingegnandosi di ristabilirla, dai molti quartieri delle città li trasferì alla campagna, vietando anzi d'accostarsi a quelle, e puniva irremissibilmente ogni lieve fallo: volle anche attenuare la paga ai soldati, che allora levarono il grido, rinfacciandogli l'oziare suo suntuoso in Antiochia, e l'ipocrisia onde avea finto piangere l'assassinio di Caracalla, opera sua.
Soffiava nel fuoco Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, scaltra come donna, e come uomo coraggiosa, alla quale Macrino avea lasciato le molte ricchezze, relegandola però ad Emesa in Fenicia, coi nipoti Vario Avito Bassiano di tredici e Alessandro Severo di nove anni, nati quello da Giulia Soemi, questo da Giulia Mammea sue figliuole. Il primo, detto Elagabalo dal nome del dio Sole di cui essa l'avea fatto sacerdote, dai soldati del non lontano campo di Macrino si fece ben volere per dolcezza e affabilità, tanto più dopo che Mesa sparse fosse generato da Caracalla, e puntellò tal opinione con larghi donativi; indotti dai quali, il proclamarono imperatore col nome di Marc'Aurelio Antonino Elagabalo (218). Ulpio Giuliano prefetto del pretorio, spedito contro di esso, fu trucidato: Macrino, in tentenno fra il rigore e l'indulgenza, alfine lo dichiarò nemico della patria, proclamò augusto il proprio figlio Marco Opilio Diadumeno, e promise a' soldati cinquemila dramme, al popolo cencinquanta per testa. Non ostante ciò, i soldati si chiarirono pel giovinetto; trucidavano gli uffiziali per succeder loro nei beni e nel grado com'era promesso; poi in battaglia sui confini della Siria e della Fenicia, Macrino con intempestiva fuga decise della giornata. Côlto presso Archelaide in Cappadocia, mentre era condotto all'emulo, avendo inteso che il bilustre figliuolo Diadumeno era stato pubblicamente decollato, si precipitò dal carro, e le guardie ne finirono i dolori e la vita. I pochi che resistettero, perirono: in venti giorni cominciata e finita la rivoluzione.
Elagabalo molti mesi consumò in frivolo viaggio e pomposo dalla Siria in Italia, ove intanto spedì le solite promesse, e il proprio ritratto in abiti sacerdotali di seta e d'oro, ondeggianti all'orientale, sul capo la tiara, monili e collane e gemme per tutto, le ciglia tinte in nero, le gote in rosso; talchè Roma dovette accorgersi che, dopo la militare brutalità, le sovrastava il molle despotismo orientale.
E veramente il sacerdote del Sole sorpassò in empietà, prodigalità, impudicizia e barbarie i mostri che l'avevano preceduto. Fra le sei mogli che in quattro anni condusse e che ripudiò od uccise, contò anche una Vestale, colpa inaudita. Non d'altro che di stoffe d'oro coprivansi i suoi appartamenti: nudo guidava il cocchio tempestato di gemme, cui aggiogava donne seminude, e per giungere a quello non dovea calcare che polvere d'oro: d'oro i vasi a qualunque uso, e la notte distribuiva ai convitati quelli usati il giorno: le vesti, de' drappi più fini, nè mai portò due volte la stessa, mai due volte un anello. Le peschiere empì d'acqua di rose, di vino il canale de' conflitti navali: un indistinto di fiori ricreava le camere, le gallerie, i letti suoi: imbandiva pranzi di sole lingue di pavoni e rossignuoli, d'ova di rombi, cervella di papagalli e fagiani, talloni di camelli, mamme di cigni: non assaggiava pesci se non quando si trovasse lontanissimo dal mare, ed allora ne distribuiva al vulgo quantità de' più fini e più costosi al trasporto: nutriva i cani con fegato di paperi, i cavalli con uva, le fiere con fagiani e pernici. Chi inventasse qualche pruriginoso manicaretto, n'avea premio; ma se non incontrasse il gusto dell'imperatore, era condannato a non mangiar altro che di quello, finchè non ne scoprisse uno più avventurato. Servivansi inoltre a quelle mense piselli misti con grani d'oro, lenti con pietre di fulmine, fave con ambra, riso con perle; mescevasi mastice al vin di rosa, spolveravansi d'ambra i tartufi e i pesci. D'argento erano le tavole, e i vasi in forme impudiche; di nardo alimentavansi le lampade; rose e giacinti piovevano sui convitati, alcuna volta in tal quantità da soffocarli, per divertimento dell'imperatore.