Accostavasi ai sessantasei anni, e ne regnò diciassette e otto mesi. All'effigie cerea di lui, in Roma collocata sopra letto d'avorio e coltrici d'oro, per sette giorni fecero corteggio senatori in bruno e dame in bianco; i medici proseguivano regolari visite, annunziando i progressi del male, finchè il settimo pubblicarono la morte. Allora il feretro fu per la via Sacra portato a spalla di cavalieri nel fôro, accompagnato dai senatori e dalla gioventù che inneggiava l'estinto. Sul Campo Marzio erasi elevata splendida piramide di legno, contenente quattro camere sovrapposte e decrescenti: nella seconda fu collocato il simulacro, sparso d'aromi e di fiori; e poichè i cavalieri ebbero attorno gareggiato in corse di cavalli, vi fu messo fuoco, e di mezzo alle vampe un'aquila, sciogliendo il volo, simboleggiò l'anima di Severo salente agli Dei.

Avea pubblicato leggi di grande, quantunque severa giustizia, cui dettava e faceva eseguire egli stesso come despoto; poichè avvezzo ai campi e sapendosi esoso al senato, sprezzò e conculcò questo simulacro di autorità intermedia fra l'imperatore e i sudditi. Così svellendo gli ultimi resti della repubblica, insinuò colla dottrina e colla pratica il sistema despotico, e agevolò gli abusi de' suoi successori e il tracollo dell'impero.

CAPITOLO XLIV. I Trenta Tiranni. Diocleziano. Imperatori colleghi. Costituzione mutata.

Caracalla e Geta, uno di ventitre, l'altro di ventun anno, all'indolenza di chi nasce nella porpora aggiungevano mostruosi vizj ed un reciproco esecrarsi. Il padre adoprò consigli e rimproveri per mitigare quell'accannimento; s'ingegnò di uguagliarli in tutto, fin, cosa inusata, nel titolo d'augusto: ma Caracalla tenevasi oltraggiato di ciò, e del veder Geta conciliarsi il popolo e l'esercito.

Appena Settimio Severo chiuse gli occhi, i due augusti abbandonarono le conquiste per giungere a chi primo in Roma; e proclamati entrambi dagli eserciti, ebbero eguale dominio indipendente. Già in via non aveano mangiato mai insieme, mai dormito sotto il medesimo tetto; in città si divisero il palazzo, ch'era più grande di tutta Roma[8], fortificando la porzione dell'uno contro quella dell'altro, e postando sentinelle; nè mai s'incontravano che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sull'elsa. Per ovviare l'imminente guerra fraterna, fu proposto di spartire l'impero; ma Caracalla tolse le difficoltà col trucidar Geta (212 — 27 febb) in grembo a Giulia loro madre.

Fra rimorso e soddisfazione, quel mostro fugge al campo de' pretoriani, prostrasi agli Dei, e dicendosi scampato dalle insidie fraterne, protesta voler vivere e morire coi fedeli soldati. Questi prediligevano Geta, ma un donativo di mille settecento lire ciascuno sopì le mormorazioni. Caracalla non avea udito da suo padre, — Tienti amici i soldati, e basta?» Del senato non restavagli a temere; per dare un osso al popolo, lasciò deificar Geta, dicendo, — Sia divo, purchè non sia vivo»; e consacrò a Serapide la spada con cui l'avea trafitto.

Ma le furie ultrici straziarono il fratricida, che tra le occupazioni, le adulazioni, le lascivie, vedevasi incontro i fantasmi del padre e del fratello. Per cancellare ogni memoria dell'estinto, ne abbattè le statue, e fuse le monete; a Giulia che lo piangeva, minacciò morte; la diede a Fadilla, ultima figlia di Marc'Aurelio; ventimila persone fe trucidare, come amici di esso. Ad Emilio Papiniano giureconsulto, già odioso a lui perchè Severo gli avea raccomandato l'amministrazione del regno e la concordia di sua famiglia, comandò di scrivere un'apologia del suo fratricidio, come Seneca avea fatto con Nerone; ma questi rispose: — È più facile commetterlo che giustificarlo», e con intrepida morte suggellò la fama acquistata colle opere e colle cariche.

Fattosi al sangue, Caracalla ne agogna sempre di nuovo, e basta per colpa l'esser ricco o virtuoso. Girò le varie provincie (213-16), massime le orientali, sfogando l'ingordigia di supplizj contro tutto il genere umano. Dovunque fosse, i senatori doveano preparargli e banchetti e sollazzi d'immenso costo, ch'egli poi abbandonava alle sue guardie; ergergli palazzi e teatri, che o nè guardava tampoco o comandava di demolire. Per acquistare popolarità, vestiva secondo il paese; in Macedonia, attestando ammirazione per Alessandro, ordinò un corpo del suo esercito a modo della falange, attribuendo agli uffiziali il nome di quelli dell'eroe; in Asia idolatrò Achille; dappertutto buffone e carnefice; nella Gallia fece uccidere sino i medici che l'aveano guarito; per una satira ordinò di sterminare gli Alessandrini, e dal tempio di Serapide dirigeva la strage di migliaja d'infelici, lutti, come egli scrisse al senato, colpevoli.

Del resto nessuna cura nè degli affari nè della giustizia; a giullari, cocchieri, commedianti, gladiatori profondeva oro; a liberti, istrioni, eunuchi dava i primi posti: che importavano i lamenti del mondo intero? «Tienti amici i soldati, e basta». A costoro Caracalla largheggiò ancor più che suo padre, del quale poi non avea la fermezza per frenarli; settanta milioni di dramme all'anno distribuiva ad essi, oltre la paga aumentata; li lasciava poltrire ne' quartieri, e ne provocava la famigliarità, imitandone il vestire, i modi, i vizj. Dopo sprecato l'immenso tesoro di Severo, dovette fin battere moneta falsa, e a Giulia, che nel rimproverava, rispose impugnando la spada: — Finchè avrò questa, mai non me ne mancherà».

Menò qualche guerra, ed essendosi i popoli della Germania sollevati di conserva, volendo o parte de' suoi tesori o guerra eterna, egli scelse il primo patto: non ricevette però gli ambasciatori, ma i soli interpreti, che subito fece ammazzare perchè non testimoniassero della sua vergogna. Assassinò il re dei Quadi; e chiamati i giovani della Rezia alle armi, li fece scannare. Avendo invitato Tiridate re dell'Armenia e dell'Osroene ad Antiochia, lo gittò in carcere, e l'Osroene ridusse a provincia; ma l'Armenia non potè. Senz'altra dichiarazione entrato sulle terre dei Parti, ne sterminò gli abitanti, fin collo sbandare bestie feroci: e sebbene non avesse visto nemico, si vantò vincitore dell'Oriente, e il senato gli aggiunse i titoli di Germanico, Getico e Partico, ed il trionfo. Elvio Pertinace, figlio dell'imperatore ucciso, disse che il soprannome di Getico gli conveniva, per allusione a Geta ucciso; e pagò il motto colla vita.